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giovedì 7 settembre 2017

Tavosanis, Storie informatiche


Comics & Science, The Babbage Issue


Forse non tutti sanno che il Consiglio Nazionale delle Ricerche pubblica una rivista divulgativa a fumetti: Comics and Science. Nel giugno di quest’anno è uscito il primo numero del 2017, intitolato The Babbage Issue (sì, un po’ troppo inglese, secondo i miei gusti...).

In questo caso, il fumetto centrale è Il segreto di Babbage, una storia scritta da Alfredo Castelli e disegnata da Gabriele Peddes. Il soggetto è ovviamente il lavoro di Babbage e la sua Macchina Analitica; sulla trama, invece, meglio non rivelare nulla. Ma per quanto riguarda i personaggi, va detto che uno dei protagonisti della storia è il mio amico e collega Fabio Gadducci, disegnato al meglio nella sua veste di Direttore del Museo degli Strumenti per il Calcolo di Pisa e in un ruolo a lui congeniale!
 


 
Tra i materiali d’accompagnamento comunque c’è anche un mio articolo intitolato Storie informatiche: una rassegna degli intrecci tra informatica e narrativa di fantascienza. Fin dalle origini, infatti, i “cervelli elettronici” hanno esercitato effetti molto profondi sull’immaginario. La narrativa a volte ha accompagnato l’evoluzione della tecnica, a volte è rimasta indietro e a volte è stata diretta fonte di ispirazione – come nel caso del cyberpunk e della realtà virtuale. Insomma, una storia sempre molto interessante, anche se qui vista solo per sommi capi.
 
Mirko Tavosanis, Storie informatiche, in Comics and Science 1, 2017, ISBN 9788880802419 pp. 42-45.
 

martedì 2 febbraio 2016

Il mio nuovo blog: Interfacce vocali

   
Sezione dell'immagine "sonogram 1.jpg", utente Bob di FlickrCon l’anno nuovo, e con il mese nuovo, faccio partire un nuovo blog. L’argomento è collegato alla lingua italiana, com’è ovvio, ma è molto specializzato: si tratta delle interfacce vocali (titolo del blog: Interfacce vocali; indirizzo: interfaccevocali.blogspot.it).
 
In senso generale, con “interfacce vocali” faccio riferimento a tutti i sistemi che permettono ai dispositivi informatici di interagire con gli esseri umani attraverso la voce.
 
Il blog parte dai lavori fatti nel semestre di settembre-dicembre 2015 nel mio corso di Linguistica italiana II per la laurea magistrale in Informatica umanistica dell’Università di Pisa. Il corso era dedicato in generale a “scritto e parlato”, ma una buona parte delle lezioni è stata dedicata a presentare le novità di questi sistemi… che si sono rivelati ancora più interessanti di quel che immaginavo.
 
Credo poi che le ragioni di interesse non siano troppo circoscritte. Dalla capacità di dare comandi vocali a un telefono fino ai colloqui con Siri a Cortana, le interfacce vocali oggi attirano l’attenzione di molti, anche tra i non addetti ai lavori. Spero che il blog possa quindi fornire un utile contributo alla conoscenza di questi strumenti.
 

martedì 25 novembre 2014

Lorenzetti, Scrivere 2.0

  
Lorenzetti, Scrivere 2.0
Le tecnologie web continuano a trasformarsi, ma non sempre vanno ad altissima velocità. Me ne sono accorto schedando un libro non recentissimo di Luca Lorenzetti, Scrivere 2.0. Gli strumenti del Web 2.0 al servizio di chi scrive (Milano, Hoepli, 2010, pp. xi – 176, € 18,90, ISBN 978-88-203-4481-8).
 
Il libro presenta una rassegna di strumenti di scrittura basata su una condizione precisa: gli strumenti devono essere utilizzabili via web attraverso un browser, senza l’installazione di software desktop o simili... anche se poi nella pratica ci sono eccezioni. L’approfondimento è ridotto (e, in alcuni punti, sorprendentemente ridotto), al punto che il libro, tra schermate e liste puntate, si legge in poco più di un’ora. Sorprendentemente, però, buona parte delle indicazioni fornite sono ancora utili, nonostante dalla pubblicazione siano ormai passati quattro anni – che per questo genere di prodotto una volta erano un’eternità.
 
La scelta degli argomenti è interessante e segue un percorso logico per autori singoli: organizzare il lavoro (per esempio con Google Calendar), evitare distrazioni, prendere appunti (da Evernote a Tumblr), preparare e condividere documenti (Google Documenti e Dropbox). Seguono due capitoli dedicati ai wiki e alla scrittura collaborativa. Poi si passa agli ebook (strumenti per crearli e diffonderli) e alla promozione e visibilità.
 
L’ordinamento fa balzare agli occhi un fatto curioso. L’unico capitolo che non corrisponde a prodotti di ampio uso è infatti il terzo, dedicato ad “Aumentare la produttività ed evitare le distrazioni”. Né nel 2010 né oggi, a quel che vedo, l’utente medio fa uso di strumenti come DarkCopy oppure Writer (due siti che per l’interfaccia si richiamano, curiosamente, allo stesso modello: i monitor a fosfori verdi e caratteri a spaziatura fissa della mia, ehm, diciamo prima gioventù, alla fine degli anni Ottanta). Che cosa se ne può ricavare? Che, apparentemente, molta attenzione è rivolta alla scelta del singolo strumento di lavoro e poca al contesto in cui lo strumento si inserisce. Si deve usare il programma di scrittura? Bene, si usa quello e non ci si preoccupa di evitare distrazioni, chiudere la posta e così via. Discorso che sarebbe assai interessante approfondire con un esame reale del modo in cui le persone, oggi, a fine 2014, usano davvero gli strumenti informatici in orario di lavoro o di studio.
 

sabato 12 gennaio 2013

Schermi flessibili

 
Il limite stimola l’inventiva. A una prima visione, questi schermi flessibili dimostrano, più che una, due buone idee:
 
 
La prima idea è ottima, ed è la più evidente: uno schermo minimo, flessibile, che lascia molte possibilità per la creazione di interfacce innovative. Poi, a me non piace l’aspetto plasticoso di quel che si vede nel video, ma, appunto, le promesse sono tante.
 
La seconda idea sarebbe banale, se non fosse che nessuno la ripropone: perché non separare di nuovo gli schermi e i computer? Adesso non è più questione di collegare al computer un tubo catodico, ma un dispositivo con una maneggevolezza diversa. Chiaro che avere tutto in un unico blocco fisico è meglio, dal punto di vista dell’interazione dei componenti, ma per esempio, perché non usare come tablet uno schermo minimo, collegato wireless o addirittura con un cavo fisico al computer-madre?
 
In molti contesti (per esempio, nell’ordinario lavoro di ufficio) una combinazione del genere potrebbe essere vincente. Tipo, normalmente uso lo schermo per leggere, o magari ci prendo appunti con una penna. Poi, se ho bisogno di una tastiera accendo la tastiera e la faccio riconoscere allo schermo, se ho bisogno di una chiavetta USB c’è un dock fisso in cui posso inserirla, se devo trasferire finestre con file e applicazioni da un dispositivo all’altro posso farlo con comodità, eccetera.
 

mercoledì 21 novembre 2012

Addio al desktop


Dopo quasi un mese di uso, posso dire che con Windows 8 mi trovo sorprendentemente bene. Certo, preferivo Linux (sì, perfino Ubuntu, perfino Unity), e se potessi tornerei immediatamente lì, ma purtroppo:
  1. ho troppi programmi, irrinunciabili, che girano stabilmente solo sotto Windows 
  2. mi sono affezionato al prendere appunti a mano libera (riconoscimento della scrittura incluso), e Linux non offre nulla di paragonabile al collaudatissimo sistema Windows e a OneNote 
  3. per la compatibilità con hardware esterno, e anche con proiettori, Linux mi ha dato spesso fastidi
Il mio attuale schermo Start

Sul mio HP TouchSmart tm2, poi, Windows 8 ha rappresentato un netto miglioramento rispetto a Windows 7. Dopo un po’ di lotta con i driver, non solo il sistema fa tutto quello che faceva prima, ma è chiaramente più veloce e più stabile. Mi dà poi una curiosa soddisfazione l’abbandono della metafora del desktop. Con quella, così come con quella di “cartelle”, ho lottato per decenni. I primi sistemi di questo tipo ho iniziato in effetti a provarli sul mio primo computer, se ricordo bene, nel 1990, con Framework, che innestava su Dos un ambiente grafico in interfaccia a carattere. Poi sono passato a Windows 3, e infine a Windows 3.1 nel 1992. In tutti i casi, fin dall’inizio le varie applicazioni della metafora del desktop mi sono sembrate non solo inutili, ma fuorvianti. Tipo: che cosa ci fa un cestino sulla scrivania? E che cosa ci fanno i mobili porta-cartelle, accanto, che so, all’orologio?
 
All’epoca non sapevo che tutti quei programmi, e anche quelli Apple, non avevano fatto che copiare meccanicamente l’interfaccia sviluppata quarant’anni fa per lo Xerox Alto. Lì la metafora del desktop aveva un minimo di logica, ed era comunque una specie di primo tentativo; vent’anni più tardi, lo studio del modo in cui lavorano gli utenti avrebbe dovuto suggerire qualcosa di diverso. Io del desktop ho sempre fatto un uso ridottissimo: di regola lo ripulisco in fretta di tutti i link o collegamenti a programmi (che piazzo in altre sezioni, a seconda del sistema) e lo riduco a cartella di parcheggio per i file di uso temporaneo. Non ho mai capito perché, invece del desktop, il punto di partenza non fosse una bella panoramica dei contenuti del filesystem, tipo Esplora risorse, o una lista di programmi, tipo lo “springboard” dell’iPhone…
 
Bene, con Windows 8 in sostanza ciò che compariva all’interno del menu “Start / Avvio” è stato semplicemente spostato in una paginona “Start” a schermo pieno, che è la prima cosa che si vede quando ci si identifica sul computer. Questa già di partenza mi sembra una soluzione molto più pulita e funzionale delle precedenti.
 
Problema: la paginona “Start” è coperta, inizialmente, di icone che rimandano ad altrettante “app” Metro (il nome dell’interfaccia ufficialmente non è più quello, ma in mancanza di meglio continuiamo a chiamarla così). E il livello di Metro e delle sue app è probabilmente destinato a migliorare in fretta, ma per adesso è ridicolo, oltre che in contraddizione con regole che, batti e ribatti, si sperava fossero state assimilate. Del tipo, l’app di Skype non solo occupa lo schermo pieno (lo schermo del mio computer ha dimensioni troppo ridotte per sopportare lo “snap”, cioè la suddivisione automatica, che dovrebbe essere una caratteristica di Windows 8), ma non permette di ricevere file. L’app Foto ci mette più di Picasa, a caricare, è lentissima e piena di bachi – o incomprensibile. Non mi dilungo, perché l’ha già fatto, con il dovuto senso di incredulità, e ripescando il mio caro Tufte, Jakob Nielsen.
 
Beh, in fin dei contri Metro è perfettamente aggirabile. Io ho fatto piazza pulita delle app, e nel menu Start in pratica ho lasciato solo le icone che rinviano ai programmi “desktop” che uso più di frequente. Certo, cliccando su quelle icone si abbandona l’interfaccia Metro e si viene portati a quella classica… ma il desktop stesso rimane in pratica invisibile e io trovo molto comodo questo salto diretto. Così come, alla fine, trovo comodo cercare un programma poco usato digitandone il nome dentro una casella di ricerca, invece che frugando all’interno di un menu complesso. Inoltre, Windows 8 ha tutta una serie di scorciatoie da tastiera che semplificano molto la vita e spesso consentono di fare a meno del mouse (e ha perfino il prompt dei comandi che si può richiamare dall’interno di una cartella, mantenendo la posizione in cui ci si trova: comodissimo per un vecchio utente come me, che ogni tanto fa ancora le cose con un “copy ab*.*”, o simili).
 
Conseguenza: in pratica non vedo più lo sfondo del desktop. E questo… beh, non dico sia un evento da festeggiare, ma è l’eliminazione di un fastidio periferico che se ne era rimasto lì per vent’anni. Quindi, in definitiva: zero impatto di Metro, un computer più scattante, una metafora fastidiosa scomparsa – il bilancio per me è positivo.
 

martedì 6 novembre 2012

La versione web del Dizionario biografico degli italiani

 
Sul web si trova decisamente poco, per quanto riguarda i normali strumenti impegnati da chi si occupa di ricerca umanistica collegata all’Italia. Una splendida eccezione è il Dizionario biografico degli italiani pubblicato da Treccani sul proprio sito.
 
Per chi non lo sapesse: il Dizionario biografico degli italiani, o più familiarmente DBI, in forma fisica è un’imponente serie di volumi ospitata dalle sale di consultazione delle principali biblioteche italiane. Il DBI è dedicato alle biografie degli italiani “che hanno contribuito alla storia artistica, politica, scientifica e culturale del paese a partire dalla caduta dell’impero romano d’occidente”, ma con livello elevatissimo sia per quanto riguarda la qualità sia per quanto riguarda la copertura: al momento, secondo il sito, sono state pubblicate 30.000 biografie (e i personaggi ancora viventi, saggiamente, non sono presi in considerazione)
 
Dico poi “al momento”, perché l’opera è ancora in corso. Fu concepita nel 1925, ma il primo volume fu pubblicato solo nel 1960, e da lì in poi il lavoro è andato avanti in rigoroso ordine alfabetico (più alcune integrazioni) e in modo sorprendentemente costante, nonostante periodi di difficoltà economica e di incertezza. L’ultimo volume che è sicuramente nelle biblioteche italiane è il numero 76, che arriva fino a Giovanni Maria Morlaiter, ma sul sito si trovano già in linea come minimo alcune voci del 77, fino a Giovanni Battista Natolini. La conclusione del lavoro, secondo la pagina di presentazione, è prevista per il 2020.
 
Una volta detto che il DBI è uno strumento fantastico e uno dei prodotti culturali più impressionanti della storia della Repubblica, vale però la pena, per altri fini, aggiungere qualche piccola osservazione sulla sua presentazione web. Innanzitutto, la pagina di presentazione del servizio non sembra aggiornata oltre il 2011: nella versione che ho visto oggi viene ancora presentato come ultimo volume il 75, uscito in effetti nel 2010. E soprattutto, la pagina non permette assolutamente di capire a prima vista che cosa c’è dietro. Cioè, non una cinquantina di voci messe assieme alla meglio, ma uno dei più ricchi e strutturati depositi di informazione del web italiano.
 
L’interfaccia poi, anche se snella e spesso funzionale, in alcuni punti riusa sistemi commerciali che non si adattano bene a un prodotto simile. Per esempio, l’elenco completo delle voci, che include sia quelle già pubblicate sia quelle previste o in lavorazione, è consultabile solo cliccando sulla lettera dell’alfabeto con cui il nome inizia. Il che va bene per la lettera Y, che riporta solo due voci: YAMBO, con rinvio a “Novelli, Enrico”, e YOUNG John Zachary, “zoologo 1907-1997”. Va meno bene invece per la lettera M: la prima pagina dei risultati arriva solo fino a Scipione Maffei. In fondo alla pagina compaiono poi i link alle 4 pagine successive. Cliccando sul più avanzato si arriva a pagina 5, e a questo punto in fondo alla pagina compaiono i link alle pagine 3, 4 (indietro) e 6 e 7 (avanti). Da lì in poi si può quindi avanzare con le pagine solo di due alla volta, e per di più a ogni spostamenti si riviene portati nella sezione alta della pagina, e per arrivare ai link di navigazione occorre scorrere verso il basso. Se si vuole quindi controllare un cognome tipo “Muzio”, “Muzzio” o “Musio”, avendo magari qualche incertezza sulla grafia, occorre fare la bellezza di 15 clic. Anche il semplice inserimento di un numero maggiore di link di navigazione potrebbe aumentare in modo sensibile l’usabilità di questa interfaccia.
 
Va poi detto che la presentazione web delle voci, anche di quelle recenti, riprende in modo un po’ passivo la presentazione a stampa e le necessità di risparmiare spazio (evitando ripetizioni, suddivisioni grafiche in sezioni e così via). Anche solo trovare la data di morte di un personaggio richiede quindi che si percorra tutta la voce relativa, che spesso si estende per diverse pagine a stampa. E soprattutto, la bibliografia viene presentata in una forma compatta decisamente difficile da decifrare: basterebbe mettere un a capo tra i singoli elementi per rendere il tutto molto più utilizzabile.
 
Infine, le voci più antiche sono state chiaramente acquisite tramite scanner. Il lavoro è stato portato avanti con un notevole livello di correttezza (infinitamente superiore a quello di Google Books, per esempio), ma rimangono abbastanza spesso righe come “per quanto era possibile in un tenipo in cui la geilogia non era nata” (dalla biografia di Ulisse Aldrovandi, proveniente dal secondo volume) o “la lenta reazione che dal Carducci in poi consunse al fuoco della ricerca storica i rrùti dell'età romantica, valse a riavvicinare la vita e l'opeta del Bembo” (dalla biografia di Pietro Bembo, meravigliosa sintesi firmata da Carlo Dionisotti e proveniente dall’ottavo volume).
 
Naturalmente tutto questo non toglie nulla al valore della versione web del lavoro: da ogni parte del mondo adesso è possibile consultare una delle principali opere di riferimento per ricerche sulla storia e sulla cultura italiana, e questo è senz’altro, per quanto giocato sottotono, uno dei massimi trionfi dell’editoria nazionale! È però importante notare quanto siano ancora oggi comuni, anche nel migliore dei prodotti, difetti che lascerebbero a bocca aperta se incontrati in una versione a stampa. L’editoria digitale ha insomma bisogno ancora di un po’ di tempo per sviluppare cultura, standard e professionalità che siano in tutto all’altezza di ciò che nei secoli è stato fatto per la carta. Nulla di strano: i prossimi decenni, anzi, saranno decisamente interessanti e stimolanti per chi lavora nel settore.
 

martedì 2 marzo 2010

Leggere nel futuro


Sul numero 55 (gennaio 2010, pp. 60-63) di Persone e conoscenze, rivista diretta da Francesco Varanini, è uscito un mio breve articolo intitolato Leggere nel futuro. In linea al momento è disponibile solo un sommario del fascicolo, ma comunque il testo è dedicato in sostanza alle ultime novità in tema di e-book e ai possibili sviluppi.

Tra gli argomenti citati nella rapida carrellata: David Allen e il suo Getting things done (libro che ho citato anche nella lezione di ieri), Adam Greenfield e il suo Everyware, i Kindle e, per finire, le descrizioni di interfacce future fatte da Ian McDonald in River of gods. Più qualche proposta su che cosa sarebbe bello avere nell'ufficio di domandi. Il pezzo è stato scritto prima della presentazione dell'iPad, ma spero che rimanga d'attualità almeno fino al momento in cui il nuovo gadget sarà davvero disponibile sul mercato!

domenica 28 febbraio 2010

Baron, A better pencil


Buona parte dei libri che vengono pubblicati oggi in forma di "saggio" ruota attorno a un tema centrale. A volte più definito, a volte meno. Altri libri però il tema non ce l'hanno: perché il tema non esiste, perché l'autore ha raccolto senza uniformarli contributi dispersi su vari argomenti, e così via.

Difficile dire se A better pencil (OUP, 2009) rientra nella prima categoria o nella seconda. Il libro, di per sé, è una panoramica su argomenti molto diversi tra di loro, e uniformati solo dal rapporto con la "scrittura". Si passa quindi, per esempio, da una descrizione delle attività imprenditoriali di Thoreau come fabbricante di matite al problema dei profili personali su Facebook o MySpace, dal riassunto delle pratiche e delle teorie di Unabomber al confronto tra le interfacce di alcuni tra i primi programmi di scrittura per personal computer.

Va detto che Baron scrive delle cose molto interessanti e a volte presenta spunti originali. In molti casi si basa su fonti ben note: per esempio, direi che la storia tecnologica delle matite è stata realizzata quasi per la totalità riprendendo informazioni da un famoso libro di Henry Petroski del 1990, Pencil (però questo libro ancora non l'ho letto, anche se è da un po' di tempo nella mia lista delle letture che prima o poi dovrei fare... probabilmente nel mio terzo o quarto secolo di vita...). In altri casi invece il lavoro sembra originale. È il caso del sesto capitolo, When WordStar Was King, che per metà descrive appunto le interfacce di programmi di scrittura ormai dimenticati, da WordStar (quello su cui ho iniziato anch'io...) a WordPerfect. Va detto che le osservazioni sono quasi sempre molto intelligenti, e in alcuni casi innovative; e va aggiunto che la lettura è molto gradevole.

A un certo punto, l'autore stesso si pone il problema dell'argomento del lavoro, e propone una minima sintesi:

To recap some themes that I have touched on in this book: because of computers, more people are writing more; they are creating new genres of writing; and they have more control over what they write and how it is distributed (p. 229).

Indeed. E in generale, non ha senso ridurre a formula o regoletta buona parte della conoscenza storica. Alcuni temi vengono inoltre approfonditi in un modo che sarebbe stato difficile fare in un testo vincolato a un argomento preciso. È il caso delle reazioni polemiche davanti alle nuove forme di scrittura che, come viene ben mostrato, hanno accompagnato quasi tutte le tecnologie: dalla scrittura stessa su su fino alla stampa e al computer e, con più originalità, fino alla macchina da scrivere e all'evidenziatore (con una notevole eccezione: appunto, la matita). Tuttavia, perché non dedicare un libro direttamente a questo argomento?

Riassmendo: visto che le divagazioni mi piacciono molto, di solito non ho problemi con un modo poco strutturato per esporre informazioni interessanti. In questo caso però, da lettore, ho avuto la nettissima sensazione che una scelta migliore degli argomenti avrebbe giovato al libro.

martedì 26 gennaio 2010

Ma a che cosa serve l'everyware?


Prima o poi, lo sappiamo, tutti gli oggetti della nostra vita avranno un po' di capacità di calcolo e saranno collegati a reti per scambi dati. In seguito, o in parallelo, tutto questo si estenderà ai nostri corpi; e poi saremo circondati da polvere intelligente, e alla fine arriveremo con buone probabilità al quadro di Accelerando di Charles Stross: la materia della Terra trasformata integralmente in computronium.

Sarà un esito inevitabile? Di sicuro, adesso che (quasi) ogni telefono è anche computer, ci si chiede in che cosa consista il prossimo passo. Sono quasi trent'anni che in molti cercano di spiegarci che il futuro appartiene all'everyware, al computer diffuso... però nessuno capisce bene a che cosa possano servire queste cose. Perfino questo libro di Greenfield (2006), interessante su altri livelli, finisce poi per fare i soliti esempi che, come minimo, lasciano un po' freddi. Tipo gli uffici che, all'arrivo dell'occupante, regolano automaticamente temperatura e luce sulle sue preferenze.

Yawn. Scusate lo sbadiglio.

Certo, Greenfield stesso dice che questi sono luoghi comuni. D'accordo. Ma al di là dei luoghi comuni?

E viceversa, in Everyware non si dice quasi nulla su come il calcolo diffuso potrebbe aiutare i settori lavorativi in cui la manipolazione degli oggetti è un'attività marginale. Per esempio: insegnare all'Università. Che vantaggi potrebbero esserci? Quando entrerò in aula, la luce si regolerà sulle mie preferenze? Emozionante... risparmierei i dieci secondi necessari ad armeggiare con gli interruttori.

Gestire oggetti? OK, qui ci sono vantaggi evidenti. Accelerare i pagamenti? Perché no. Che ogni pacco di biscotti della Coop tra qualche anno si ritrovi con il proprio tag RFID mi va benissimo; mi andrebbe benissimo anche evitare di fermarmi alla cassa e pagare il "pedaggio supermercato" facendo passare il carrello attraverso un grande lettore di tag. Ma studiare? Correggere testi? Capire come si fa a far funzionare un programma? Sulle attività di questo tipo Greenfield non dice nulla.

Oh, beh. Forse a dare un senso all'everyware anche in questi settori basterà qualche applicazione interessante (in fin dei conti, io sono abbastanza vecchio da ricordare i tempi in cui si diceva: "Un giorno tutte le case avranno un computer e lo useranno per fare tante cose esaltanti... per esempio, tenere in ordine le ricette..."). Nell'attesa, vediamo se domani pomeriggio Steve Jobs riuscirà a stupirci con un tablet o uno strumento per leggere in modo diverso dal solito.

Aggiornamento: sul New York Times compare giusto oggi, 31 gennaio 2010, un servizio sulla "polvere intelligente"; l'articolo include diversi esempi interessanti e plausibili di quel che potrebbero fare i sensori di piccole dimensioni.

domenica 24 gennaio 2010

Toccaschermi per gli avatar


Il vantaggio di sapere già tutto su un film, prima ancora di andare a vederlo, è che è difficile rimanere delusi. Soprattutto in un caso come Avatar, che ha una trama tanto prevedibile che il pubblico ha proposto un bel po' di idee alternative a costo zero.

Detto questo, poi uno va a vederlo (come ho fatto io ieri sera al cinema Nuovo) e il film va giù bene, senza sembrare troppo il temuto Balla coi Puffi. Il 3D si inquadra bene, il racconto scorre liscio anche senza intervalli, eccetera. Non sarà certo un film epocale, ma è uno dei tanti prodotti solidi di James Cameron.

A livello professionale, soprattutto, è interessante vedere la tecnologia del 2154 esibita nel film. Totalmente irrealistica in alcuni casi - a cominciare, è ovvio, dal presupposto del viaggio interstellare compiuto da quelle che Charles Stross chiama canned monkeys. Un po' più interessante quando si entra in ufficio. Lì evidentemente è stato fatto un bel po' di lavoro, e si vede qualcosa di carino. Roba che mi aspetto di avere sulla scrivania, senza aspettare il 2154, ben prima di andare in pensione; ammesso che sia utile...

La cosa più vistosa sono gli schermi trasparenti per computer. Carini, e qualcosa c'è già in giro adesso. Ma mi chiedo quanto sia pratico usarli, soprattutto in un ufficio animato, in cui sullo sfondo c'è gente che si muove - o magari altri schermi!

Oltre che trasparenti, gli schermi sono però anche sensibili al tocco, come si vede in diverse scene, e sono tanto ben raccordati che si può staccare senza problemi un componente per portarselo a spasso. Bene la seconda cosa, un po' meno la prima: alzare la mano e toccare un punto dello schermo è senz'altro un buon modo, in un film, per mostrare che un personaggio sta facendo qualcosa... ma sicuramente dopo pochi minuti le braccia dell'operatore inizieranno a lamentarsi. Beh, forse non su Pandora, pianeta con gravità ridotta, ma di sicuro sulla Terra il problema salterà fuori.

Molto belli anche i display tattici olografici, come quello che si vede nella foto qui sopra (proveniente dall'Official Photostream su Flickr, messo a disposizione, appunto, anche per "recensioni e commenti" sul film). Non sembra però che i creatori dei display abbiano investito molto sui comandi per regolarli, al punto che a un certo punto l'amministratore cattivo (Giovanni Ribichini) li passa con stizza a un subordinato; eppure il grosso dei controlli sembrava formato da una semplice manopola, come quelle che si usano per regolare l'avanzamento dei microfilm.

A me, però, interessante in particolare notare che cosa non si vede. I sistemi di immissione dati, per esempio, a parte i touchscreen già citati: non si vedono tastiere, anche se almeno in un'occasione un personaggio sembra scrivere qualcosa su una tastiera nascosta, né penne ottiche, né mouse. A brillare più luminosi per la propria assenza dal film sono però gli esempi di "realtà virtuale". Tanto di moda pochi anni fa, tanto spregiati adesso... Cosa un filino paradossale in un film in 3D.

Soprattutto, però, non è male scoprire che cosa è andata a fare Sigourney Weaver da grande: la ricercatrice-antropologa-linguista! Non sono brutte notizie, per chi si è visto Alien ai tempi in cui uscì al cinema.

sabato 22 agosto 2009

McDonald, River of Gods

Quest’anno, il mio romanzo di fantascienza per Ferragosto è River of Gods di Ian McDonald (lo scrittore, non il flautista dei King Crimson). Scelta fatta un po’ perché è un romanzo (del 2004)sull’India (del 2047), un po’ perché quindici anni fa McDonald mi piaceva e mostrava grandi possibilità. Erano i tempi di Kling Klang Klatch, una graphic novel di indagini hard boiled in un mondo popolato da panda di peluche, bambole e assassini; e la scena iniziale di River of Gods, del resto, ricorda proprio l'inizio di KKK.

Inoltre, anche in questo caso la storia funziona. Impossibile sapere come andrà a finire, visto che, nonostante tutto, sono ancora a meno di un terzo... Però intanto è emerso qualcosa di professionalmente interessante: la descrizione di un laboratorio di fisica teorica nel 2047. Anche se i personaggi ricevono d’abitudine messaggi proiettati direttamente negli occhi e con l’aspetto di scritte che galleggiano nell’aria, l’immagine del loro spazio di lavoro è molto più tradizionale. Quando il giovane Vishram Ray entra in uno dei laboratori che ha appena ereditato, scopre che

There are non humming machines or looping power conduits, just desks and glass partitions, paper piled unsteadily on the floor, whiteboards on the walls. The white boards are full of scrawls. They continue onto the walls. Every square centimetre of surface is crammed with symbols and letters edged at crazy angles to each other, lassoed in loops of black felt marker, harpooned by long lines and arrows in black and blue to some theorem on the other side of the board. The brawling equations spread over desks, benches, any flat surface that will take felt marker. The mathematics is as unintelligible to Vishram as Sanskrit, but the cocoon of thought and theory and vision comforts him, like being inside a prayer (pp. 164-5).

I pennarelloni servono però anche per altri tipi di messaggio, apparentemente:

As his party leaves, Vishram picks up a felt marker and quickly writes on the desktop: DNNR, 2NITE?
Sonia Yadav reads the invite upside down.
“Strictly professional,” Vishram whispers. “Tell me what’s hot and what’s not.”
OK she writes in red.
8. PICK-UP HERE.
She underlies the OK twice (p. 165).


Come andranno a finire le cose, immagino lo scoprirò nelle prossime 400 pagine...

venerdì 14 agosto 2009

Rheingold, Tools for Thought

La mia bibliografia sulle interfacce utente comprendeva anche Tools for Thought. Pure questo è un libro che, nonostante la relativa notorietà dell'autore dalle nostre parti, non ha mai avuto una traduzione italiana. Forse perché in anticipo, o in ritardo, sui tempi: la prima edizione risale addirittura al 1985, mentre quella che ho ordinato io è la seconda, pubblicata dalla MIT Press nel 2000 e dotata di ventiquattro pagine finali (Afterword) di aggiornamento. Nel 2009, peraltro, l’aggiornamento dovrebbe essere a sua volta aggiornato... approfittando dell’occasione anche per cambiare l’orrenda copertina.

L’aspetto più datato del libro è però la sua definizione del contenuto. Per metà si parla dell’evoluzione dei computer, e per metà dell’evoluzione delle loro interfacce (l’argomento che interessa a me): due temi non tanto distinguibili all’epoca. Da un certo punto in poi i due filoni si intrecciano, ma ovviamente il secondo entra in gioco tardi. Vale a dire, a pagina 132, capitolo 7, attraverso la figura di J. C. R. Licklider. Il quale, nella primavera del 1957, esaminando il proprio impiego del tempo decise che “most of the task (...) of any technical thinker would be performed more effectively by machines” (134). Come nota Rheingold, l’idea che il computer potesse rimpiazzare non lo scienziato, ma i suoi aiutanti, a quel tempo era già venuta in mente a Engelbart e forse a qualcun altro. Licklider si trovò però presto in una posizione che gli permetteva di concretizzare l’idea: responsabile per l’assegnazione nel settore informatico dei fondi di ricerca del Ministero della Difesa statunitense.

Per il resto, il libro traccia il profilo dei soliti noti: Engelbart, Taylor, Kay... e Ted Nelson. Già nella prospettiva del 1985 erano queste le figure chiave per l’evoluzione delle interfacce informatiche fino al modello-Alto. I protagonisti degli altri capitoli sono invece i fondatori dell’informatica, da Ada Byron a Robert Shannon, e un gruppetto di persone che aveva qualche speranza nel 1985 ma è finito a percorrere strade decisamente marginali: chi si ricorda oggi di nomi come Rodman, Laurel e Barr? O della tecnologia dei “sistemi esperti”? Rheingold perde invece l’occasione di mettere a fuoco il ruolo degli imprenditori che già nel 1985, e molto di più in seguito, hanno plasmato l’evoluzione del computer: Bill Gates viene ricordato in tre pagine, Steve Jobs in due. E la parola “Internet” non è nell’indice analitico (compare invece nell’Afterword), nonostante che già nel 1985 la rete fosse una realtà consolidata nel suo ambiente.

Di questo genere di sorprese, peraltro, era già consapevole Rheingold. Come per esempio a p. 192, quando parlando di Engelbart si dice che:

It is almost shocking to realize that in 1968 it was a novel experience to see someone use a computer to put words on a screen, and in this era of widespread word processing, it is hard to imagine today that very few people were able to see in Doug’s demonstration the vanguard of an industry.

Effettivamente... Ma questo è il motivo per cui, più che quelli che fanno predizioni sul futuro dell’informatica, negli ultimi tempi mi interessano quelli che raccontano il suo passato. Le proiezioni dei singoli profeti sono sempre destinate a essere smentite, e spesso non sono comunque gran che coinvolgenti; il ricordo dei lavori già fatti, e delle strade che non sono state percorse, viceversa, è uno splendido trampolino di lancio.

mercoledì 5 agosto 2009

Hiltzik, Dealers of Lightning

Finalmente, ho quasi terminato la versione scritta della mia lezione di storia dell’informatica sul tema delle interfacce utente. È stato un lavoro molto divertente ma complesso; e una prima difficoltà, pratica, è dovuta al fatto che nelle biblioteche di Pisa non c’è molta documentazione in proposito (e il prestito interbibliotecario è rimasto fermo a lungo). Qualche mese fa ho quindi fatto un bell’ordine di libri usati a Betterworldbooks e, un po’ alla volta, mi sono messo a leggere.

Tra i materiali più leggeri c’è anche questo Dealers of Lightning (1999). Il titolo, d’accordo, è terribile; e il libro è divulgativo. Però è comunque una storia interessante del Palo Alto Research Center della Xerox nel periodo 1969-1981. Il PARC, come molti sanno, è il luogo in cui per la prima volta molte caratteristiche fondamentali dell’interfaccia utente dei computer contemporanei sono state messe a punto e introdotte in sistemi commerciali o quasi-commerciali, a cominciare dal computer Alto (1973). Insomma, è stato il luogo in cui le intuizioni degli anni Cinquanta e Sessanta sono uscite dal laboratorio... a differenza di quanto era successo con lo SRI di Douglas Engelbart.

Tuttavia il PARC si porta dietro la fama di essere stato una serie di occasioni mancate per la Xerox. Come sintetizza Hiltzik:

Xerox had the Alto; IBM launched the Personal Computer. Xerox had the graphical user interface with mouse, icons, and overlapping windows; Apple and Microsoft launched the Macintosh and Windows. Xerox invented What-You-See-Is-What-You-Get word processing; Microsoft brazenly turned it into Microsoft Word and conquered the office market. Xerox invented the Ethernet; today the battle for market share in the networking hardware industry is between Cisco Systems and 3Com. Even the laser printer is a tainted triumph. Thanks to the five years Xerox dithered in bringing it to market, IBM got there first, introducing its own model in 1975 (pp. 389-390).

Nelle pagine finali del libro in effetti Hiltzik contestualizza questo giudizio e lo sfuma un bel po’. Tuttavia il quadro che viene fuori dalle quattrocento pagine precedenti è abbastanza sorprendente. Hiltzik è un giornalista economico e racconta le vicende del PARC dal punto di vista delle dinamiche aziendali. Il quadro che ne esce è una storia di scontri tra bande e lotte per il potere tra persone variamente incompetenti (al punto che l’università italiana sembra al confronto un paradiso di razionalità, armonia e pianificazione...). Che alcune di queste persone abbiano inventato cose oggi fondamentali sembra quasi una contraddizione. Al punto che ci si chiede – è sempre la mia domanda di base, in fin dei conti – quanto queste innovazioni fossero sviluppi logici necessari e quanto invece siano state frutto dell’inventiva individuale.

Comunque segnalo il capitolo 20, The Worm That Ate the Ethernet (pp. 289-299), perché ho scoperto qui che il famoso worm creato da John Shoch venne all’epoca immediatamente ricondotto (da Steve Weyer) al tapeworm informatico immaginato pochi anni prima da John Brunner nel suo The Shockwave Rider (in italiano, Codice 4GH). Hiltzik definisce il tapeworm di Brunner “perhaps the first computer virus of fact or fiction” (p. 295), e, anche se con diversi distinguo, in effetti anche questo è un curioso esempio di preveggenza narrativa.

sabato 20 giugno 2009

Bardini, Bootstrapping

Molte cose di oggi dipendono da eventi puramente casuali del passato. La nostra tecnologia informatica è uno di questi? Cioè, gli strumenti che usiamo per comunicare, dal computer con tastiera fino al mouse, erano scelte obbligate? O solo una possibilità tra tante?

Bootstrapping di Thierry Bardini è un libro che fornisce la risposta a un buon numero di queste domande. Dal punto di vista storico, è un libro su (come dice il sottotitolo) "Douglas Engelbart, Coevolution, and the Origins of Personal Computing". Ma le invenzioni di Engelbart, nome oggi praticamente sconosciuto, sono fondamentali. La sua "Madre di tutte le demo", nel 1968, presentò al pubblico in un colpo solo il mouse, gli ipertesti, la videoscrittura e la videoconferenza.

Le tecnologie attuali non erano le uniche prese in esame da Engelbart. Per esempio, una delle sue idee di base era stata quella di integrare l'interazione tramite mouse con quella tramite una tastiera ridotta a cinque tasti: una "tastiera ad accordi" (chord keyboard) che permetteva di scrivere rapidamente usando una mano sola, mentre l'altra operava. Oppure il mouse da ginocchio...

venerdì 17 aprile 2009

Iain M. Banks, Matter

Ho la fortuna di avere amici che mi regalano libri; e la fortuna (ancora più grande) di avere amici che sanno quali libri regalare...

Il regalo più recente è stato Matter di Iain M. Banks. È l'ultimo romanzo ambientato nell'universo della Cultura, ed è sorprendentemente ben fatto: non mi divertivo così tanto a leggere Banks dai tempi... beh, direi dai tempi della Mente di Schar (che, ahimè, è stato tradotto in italiano giusto vent'anni fa).

Inutile cercare di riassumere la vicenda, che ruota attorno a una contesa dinastica sul pianeta a livelli Sursamen. Abbandonato dai suoi costruttori un miliardo di anni prima, Sursamen ha due livelli, l'ottavo e il nono, abitati da esseri umani con un livello di tecnologia fine Ottocento; e ha, ovviamente, un dio alieno al centro, e un segreto nascosto da qualche parte. Quel che conta è, al solito, il quadro galattico, e Banks riesce a tenerlo in piedi meglio di tutti gli scrittori (molti dei quali scozzesi come lui...) che si sono gettati in questo filone di moda.

Le note di interesse linguistico sono poche, ma di classe. Innanzitutto i nomi delle astronavi e delle loro classi, che sono belli come al solito: It's My Party And I'll Sing If I Want To, Inspiral, Coalescence, Ringdown, You'll Clean That Up Before You Leave... Poi Banks fornisce una minima, ma problematica, indicazione sul Marain:

He had called himself a Wanderer (they were talking Marain, the Culture's language; it had a phoneme [sic] to denote upper case) (p. 370).

Chissà se Banks ha ben chiaro il concetto di "fonema"? Non sono male, invece, gli imperfetti tentativi di comunicazione da parte degli Oct, una delle razze senzienti che tengono sotto controllo Sursamen. Per esempio, questo discorso di ambasciatore:

"Grief is to be experienced, thereto related emotions, and much. I am unable to share, being. Nevertheless. And forbearance I commend unto you. One assumes. Likely, too, assumption takes place. Fruitions. Energy transfers, like inheritance, and so we share. You; we. As though in the way of pressure, in subtle conduits we do not map well" (p. 31).

Ma soprattutto, è molto bella la descrizione di questa interfaccia che una dei protagonisti usa per programmare il ritorno su (ehm, dentro) Sursamen:

Even without consciously thinking about it, she was there with a diagrammatic and data-ended representation of this section of the galaxy. The stars were shown as exaggerated points of their true colour, their solar systems implied in log-scaled plunge-foci and their civilisational flavour defined by musical note-groups (the influence of the Culture was signalled by a chord sequence constructed from mathematically pure whole-tone scales reaching forever down and up). An overlay showed the course schedules of all relevant ships and a choice of routes was already laid out for her, colour-coded in order of speed, strand thickness standing for ship size and schedule certainty shown by hue intensity, with comfort and general amenability characterised as sets of smells. Patterns on the strands - making them look braided, like rope - indicated to whom the ships belonged (p. 95).

Altro che il Route Planner Michelin, o il sito delle ferrovie tedesche! Un'interfaccia del genere farebbe sognare anche Edward Tufte.

lunedì 30 marzo 2009

Le interfacce immaginarie

Oggi ho fatto lezione al corso di Storia dell'informatica parlando di interfacce immaginarie: il modo in cui gli scrittori di fantascienza (e non solo) hanno immaginato i modi per far interagire esseri umani e computer. Naturalmente, mi sono concentrato sui modi in cui l'interazione riguarda linguaggio e scrittura.

La lezione si è conclusa leggendo un curiosissimo esempio di preveggenza: il racconto A logic named Joe pubblicato nel 1946 da William F. Jenkins (più noto come Murray Leinster). Il racconto descrive una rete di personal computer diventata di uso comune nella vita quotidiana, e il quadro è sorprendentemente vicino alla nostra realtà. In rete si trova anche il testo originale del racconto, pubblicato dalla Baen; io ho usato la prima traduzione italiana, comparsa su Gamma nel 1967. Ricordo vagamente di aver letto il racconto nel 1984 o giù di lì, e di non esserne rimasto troppo colpito... Col senno di poi, è stato un errore!
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