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venerdì 9 agosto 2024

Rauch e Palumbo – Sierrita Mountains

 
Domenica 4, per staccare un po’, mi sono letto nel dopopranzo il Texone comprato qualche settimana fa: Sierrita Mountains con testi di Jacopo Rauch e, soprattutto, disegni di Giuseppe Palumbo.
 
Bilancio: un po’ incerto. Non sono mai stato un appassionato di Tex, e salvo errori l’ultimo “Texone” che avevo letto prima di questo era stato quello, indimenticabile, di Magnus, quasi trent’anni fa, nel 1996. Con quello attuale, ho trovato soggetto e sceneggiatura molto limitanti. In pratica, la storia consiste in una serie di scontri improbabili in cui Tex e compagni / compagno ammazzano un po’ di criminali di basso profilo. Tex Willer, in particolare, viene fuori in una forma che trovo ormai abbastanza odiosa: non solo fastidiosamente invulnerabile, ma proprio cattivo nella sua attività di giustiziere. E con un aspetto ancora più imperturbabile del solito.
 
Come l’ultima osservazione fa capire, non mi hanno troppo impressionato nemmeno i disegni di Palumbo – che viceversa apprezzavo molto tra anni Ottanta e primi Novanta. In questo caso li ho trovati piuttosto disuguali (con una evidente differenza di segno tra tavole più o meno schematiche) e ogni tanto perfino incerti. Per esempio, in diversi casi vengono rappresentati pugni o colpi alla testa in un modo che non rende chiaro che cosa è successo (più vistosamente alle pagine 54, 100 e 162; qui sopra la vignetta di pagina 54). Ogni tanto i movimenti ricordano il Ramarro dei tempi migliori, ma un po’ tutto si perde nella serie eccessiva degli Aaah!.
 
Jacopo Rauch e Giuseppe Palumbo, Sierrita Mountains, “Tex”, albo speciale n. 40, giugno 2004, € 9,90.
 

venerdì 20 novembre 2020

Ripartenza?


 
Locandina della conferenza EL COMIC ITALIANO
Dal punto di vista del lavoro, il 2020 per me è stato un anno eccezionalmente difficile. La ragione principale, forse, è stata la più ovvia: il Covid-19 e tutti gli impegni connessi con lo spostamento del lavoro a distanza hanno portato a un forte aumento del carico per le attività normali.
 
Inoltre, non ci sono state solo le attività normali! Parlando anche solo dell’insegnamento… Per il mio Laboratorio di scrittura del II semestre dell’anno accademico 2019-2020 avevo chiesto supporto per gestire il carico di lavoro, ma per una perversa congiuntura di eventi il supporto non è arrivato. La ripetizione del corso, che avrebbe dovuto tenersi nel II semestre dell’anno accademico 2020-2021, è stata anticipata al primo semestre, cioè a questo. I corsi OFA a distanza di cui mi occupo si sono moltiplicati e, anche se questa è una soddisfazione, perfino qui all’inizio non è stato possibile avere un supporto. In aggiunta, in questo semestre ho gestito e in parte tenuto un corso di Italian linguistics, ovvero di Linguistica italiana in inglese (!) per studenti stranieri. In circostanze normali, gestire tutto questo sarebbe stato impegnativo ma ragionevole. Nelle attuali circostanze… diciamo che sono stati mesi molto impegnativi!
 
Mi è anche spiaciuto non poter partecipare tanto quanto in passato alla Settimana della lingua italiana nel mondo, che quest’anno ovviamente si è tenuta tutta a distanza. Mi è spiaciuto particolarmente perché il tema della Settimana, quest’anno, era particolarmente bello: L’italiano tra parola e immagine: graffiti, illustrazioni, fumetti.
 
Per fortuna, grazie a un gentile invito di Marco Marica e Matteo Cattaneo, direttori rispettivamente degli Istituti Italiani di Cultura di Città del Messico e Città del Guatemala, ho avuto se non altro la possibilità di fare una conferenza sul rapporto tra lingua italiana e fumetti e un corso per docenti. La conferenza era in spagnolo: ho scritto il testo in italiano, i traduttori degli IIC l'hanno tradotto e poi io l'ho letto in spagnolo... mi chiedo che impressione ne abbiano avuto gli ascoltatori! Ma i docenti che hanno partecipato al corso si sono confermati davvero bravi (avevo già conosciuto diversi di loro nel 2018) e hanno anche proposto diverse attività molto interessanti. Per inciso, i fumetti più usati, sia nel corso sia nella loro pratica normale di insegnamento, si sono rivelati la Pimpa e Mafalda (che, anche se non è italiano, è talmente popolare nei paesi di lingua spagnola da rappresentare un punto di riferimento).
 
Per finire, poi, alla fine di ottobre sono stato eletto presidente dei Corsi di studio (triennale e magistrale) in Informatica umanistica qui a Pisa. È indubbiamente un onore – e anche un impegno molto consistente.
 
In questa veste, giusto ieri ho presieduto la mia prima sessione di laurea. Tra triennale e magistrale, i laureandi erano 19 – e io ho fatto da relatore per sei di loro. Anche questo è stato un bell’impegno, ma alla fine è andato tutto benissimo e le tesi, al solito, sono state una splendida fonte di motivazione. Se è possibile fare tutto questo lavoro nel mezzo della seconda ondata, qualche possibilità di miglioramento ce l’abbiamo! E spero che da adesso in poi, un po’ alla volta, tante altre situazioni possano migliorare.
 

lunedì 21 ottobre 2019

Scòzzari, Lassù no

  
 
Una vignetta di Baghdad
Mi sembra che nel fumetto italiano ci sia un buon numero di autori sottovalutati. En cima alla mia personale classifica c’è Filippo Scòzzari, uno dei grandissimi.
 
Non è l’unico, ma è quello che è riuscito ad andare avanti con la massima costanza e capacità di rinnovamento all’interno del proprio stile. Stefano Tamburini se n’è andato troppo presto. Massimo Mattioli, da poco scomparso, ha fatto cose incredibili come Joe Galaxy e le perfide lucertole di Callisto IV ma non ha variato molto il modello. Scòzzari no: si è allargato in diverse direzioni, e con successo. I suoi libri di memorie, da soli, basterebbero per assicurargli il posto in una storia della letteratura italiana contemporanea.
 
Negli ultimi mesi sono riuscito a ritrovare un po’ di gusto per il fumetto e ho fatto diverse letture interessanti. Mi sono anche comprato l’appena uscito Lassù no, una raccolta di 20 diverse storie a fumetti di Scòzzari, da poco uscita per Coconino Press. Ottima idea.
 
L’edizione purtroppo non è impeccabile. Nella storia Un buon impiego, grande lavoro del 1977, si apprezza il fatto che, come in diversi altri casi, le scansioni siano state eseguite sugli originali, non sulla versione stampata in rivista… però, nel farlo, è saltata la tavola 13! E in un paio di casi, ammetto che le scansioni di originali forse avrebbero potuto essere sostituite dalle versioni su rivista, che piallando le caratteristiche dell’originale ne limavano anche i difetti – cosa di cui l’autore, all’epoca, era ben consapevole, direi.
 
Io poi ho avuto anche l’idea di comprare il libro, per motivi di tempo, su Amazon. Scelta con molte controindicazioni, nel caso di volumi di grande formato: il libro è arrivato con una brutta ammaccatura che rovina la parte superiore della sovracoperta. Poco per prendersi il disturbo di fare la procedura di rimborso, ma fastidioso – e non è la prima volta che mi succede.
 
Al di là di queste seccature minori, però, il libro è splendido. Scozzari riesce a combinare come pochi testi e immagini creando un mondo surreale e coerente. Le storie incluse sono 20, realizzate dal 1976 (Fango) al 2003 (Baghdad); e le più recenti sono tra le più spettacolari. Al punto che, dovessi sceglierne una, sceglierei appunto l’ultima, uscita durante la lunga attesa dell’invasione americana dell’Iraq. Sono solo sei tavole, ma contengono undici microscenette impostate sul “quanto tutto andrebbe meglio se fossimo a Baghdad”: una per ognuna delle prime cinque tavole, e poi sei (una per vignetta) nella tavola finale. Il risultato è una combinazione riuscitissima di grafica, senso del parlato, rinvii all’attualità. Giusto per avere un’idea delle battute tipiche:
 
[personaggio senza occhi e senza bocca] No! Léi, è ufficiale? Se è ufficiale, e anche se non lo è, le suggeriamo Baghdad!
Ci prendiamo cura noi del suo gelo, mentre è via! (p. 130)
 
Limiti? Beh, certo, dove porta questo surrealismo, e perché? C’è un motivo per cui alla fine mi sono dedicato alla ricerca, più che all’arte. Ma Scòzzari riesce a fare una cosa rara: far percepire la possibilità di qualcosa di diverso, che poi non esiste ma non è importante che esista. In questo momento, mi ci voleva.
 
Filippo Scòzzari, Lassù no, Roma, Coconino Press, 2019, pp. 218, € 25, ISBN 978-88-7618-426-0. Comprato su Amazon.it.
 

martedì 28 novembre 2017

Barbieri, Semiotica del fumetto

 
Daniele Barbieri, Semiotica del fumetto
Dalla storia alla teoria… tre anni fa avevo parlato della Breve storia della letteratura a fumetti di Daniele Barbieri. Adesso ho ricevuto la Semiotica del fumetto dello stesso autore. L’oggetto della trattazione è immutato, ma viene affrontato da un’angolazione diversa, simile a quella che Barbieri aveva già affrontato nel classico I linguaggi del fumetto (1991).
 
Rispetto ai Linguaggi del fumetto, qui il termine di confronto inevitabile è diventato il Système de la bande dessinée del belga Thierry Groensteen, di cui ho parlato a suo tempo. In alcuni casi Barbieri descrive anche in modo esplicito i suoi punti di accordo e disaccordo con la trattazione di Groensteen. In altri le divergenze di opinione sono implicite. Io per esempio apprezzo molto la scelta di Barbieri di far notare che la semplice presenza di “balloon che contengono parole” è sufficiente a dare uno spessore temporale al disegno. Groensteen nega che le vignette singole possano essere “fumetto”, perché prive di una successione di eventi. Tuttavia, è evidente che la presenza del linguaggio parlato crea sempre una successione, per quanto minima, di eventi... e che quindi anche alcune vignette singole possono essere “fumetto” a pieno titolo.

Come quello di Groensteen, anche il nuovo libro di Barbieri ha una portata globale: il fumetto viene descritto dal punto di vista teorico e nel suo assieme. Il che significa che sono presi in esame esempi da tutte le tradizioni e da tutte le epoche - anche se per fortuna una buona percentuale degli esempi viene dall’Italia.
 
Rispetto al Système, tuttavia, la trattazione di Barbieri è molto più breve e selettiva. L’autore l’ha ripartita in tre capitoli:

  • Capitolo primo (pp. 11-57): Racconti senza racconto: enunciazione e narratività. L’argomento centrale è qualcosa cui non avevo mai pensato, cioè la ridotta importanza della figura del “narratore” in una presentazione per immagini, fumetto o film che sia. All’interno delle presentazioni per immagini conta invece il punto di vista”.
  • Capitolo secondo (pp. 58-88): Disegni di segni: immagini e scritture. Buona parte del capitolo si basa sul celebre schema di Scott McCloud dedicato alla classificazione delle possibilità espressive del disegno. La sezione per me più interessante è però quella iniziale, dedicata ai Segni di scrittura (2.1, pp. 58-66); sono poche pagine, ma si parla in particolare di Rumori e grida, segni d’espressione e di movimento (2.1.1, pp. 59-63) e de Il lettering (2.1.2, pp. 63-66), con diversi esempi interessanti.
  • Capitolo terzo (pp. 88-14): Leggere con leggerezza: tensione e ritmo. L’argomento centrale è qui il modo in cui tensione e ritmo possono essere dati ai fumetti, specie in rapporto alla presenza o meno di umorismo e ai diversi generi editoriali. I concetti introdotti nella prima parte del capitolo sono poi usati nella seconda parte per analizzare casi specifici: nelle pp. 122-126 una tavola di Asterix, nelle pp. 126-141 una storia di Dino Battaglia, l’<i>Omaggio a Lovecraft</i> del 1970.
 
Dal punto di vista generale, il libro è una sintesi di alto profilo, che riesce a coniugare una serie di novità e un taglio divulgativo (anche se la veste editoriale non rende giustizia a tutti gli esempi presentati). Nel complesso, una notevole acquisizione per gli studi italiani sul fumetto.
 
Daniele Barbieri, Semiotica del fumetto, Roma, Carocci, 2017, pp. 143, € 12, ISBN 978-88-430-8881-2. Copia ricevuta in omaggio dall’editore.
 

martedì 11 luglio 2017

Vanagolli, Oreste Del Buono


 
Francesco Vanagolli, Oreste Del Buono
Un’altra novità di cui ancora non avevo parlato. Nei primi mesi dell’anno è uscito, con prefazione mia (pp. 9-10), un libro intitolato Oreste Del Buono da “Bertoldo” a “Linus”. Il più eclettico intellettuale italiano e i fumetti. Il libro è stato scritto da un mio laureato, Francesco Vanagolli, ed è la prosecuzione della sua tesi di laurea magistrale.
 
In quanto ai contenuti, è difficile riassumere in poche righe chi è stato Oreste Del Buono. Lo scrittore elbano ha fatto un’infinità di cose… tra cui, appunto, anche molte collegate al fumetto. In questo settore ha lasciato il segno forse soprattutto grazie al suo lavoro con Linus, ma sarebbe un errore legare il nome a un unico prodotto. Il libro di Vanagolli sintetizza questo percorso, dedicando giustamente anche spazio ad attività successive e minori di Del Buono: l’Enciclopedia del fumetto, la trasmissione televisiva Fumo d’inchiostro, la direzione de L’Eternauta. Di tutto questo si sentiva il bisogno, e spero che il libro possa contribuire a rendere un po’ più nota questa storia affascinante.
 
Nel frattempo, il libro ha anche ottenuto il Premio Casentino per la saggistica: anche questo è motivo di soddisfazione.
 
Francesco Vanagolli, Oreste Del Buono da “Bertoldo” a “Linus”. Il più eclettico intellettuale italiano e i fumetti, Piombino, Edizioni il foglio, 2016 (ma 2017), pp. 179, ISBN 978-88-7606-626-9, € 15. Copia ricevuta dall’autore.
 

venerdì 14 marzo 2014

Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti

 
 
Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti
Ho ricevuto, graditissima, una copia della “Nuova edizione” della Breve storia della letteratura a fumetti di Daniele Barbieri (Roma, Carocci, 2104, pp. 199, ISBN 978-88-430-7113-5, € 16). È stata un’ottima occasione per rileggere quella che in pratica è l’unica storia completa del fumetto rivolta a un pubblico universitario italiano.
 
La prima edizione del libro era del 2009 e arrivava a 168 pagine; era inoltre priva di sedici pagine a colori non numerate che, nella nuova edizione, sono piazzate al centro del libro e aumentano il numero e la qualità degli esempi. Lo spazio supplementare è stato poi usato in parte per integrazioni nel corpo del testo e in parte per aggiornamenti nelle ultime pagine. Per esempio, l’edizione del 2009 si concludeva con Gipi, quella del 2014 arriva a citare Tuono Pettinato, Makkox e Zerocalcare, e la capacità di star dietro alle cose nuove è senz’altro uno dei meriti di questa proposizione.
 
Del resto oggi Daniele Barbieri è uno dei pochi italiani studiosi di fumetto collocabili senza dubbio in un’ipotetica classe A. Il suo libro è, coerentemente, una sintesi importante e un utile strumento di lavoro. Mi colpisce, però, la scelta che ne sta alla base: presentare la storia del fumetto moderno (a partire dalla fine dell’Ottocento, negli Stati Uniti) come una fittissima sequenza di nomi di autori. Autori che nella maggior parte dei casi sono descritti in una o due frasi, spesso all’interno di sequenze. Per esempio questo è, integralmente, il modo in cui si parla di Leo Ortolani in una sezione dedicata in buona parte ai fumetti autobiografici:
 
Leo Ortolani (n. 1967) raggiunge il successo pubblicando in proprio gli albetti di Rat-Man, una spassosissima parodia di Batman e dell’universo superomistico americano, contaminato dalla quotidianità e dalle idiosincrasie dei suoi lettori. In un certo senso, anche Ortolani appartiene all’ondata autobiografista perché il suo umorismo è basato sul contrasto tra le situazioni eroiche e quelle della vita di tutti i giorni, nella loro inevitabilità e risibilità (p. 180).
 
In questo contesto le osservazioni sullo stile, sugli aspetti editoriali, sul pubblico, sull’ideologia o su qualunque altro argomento rimangono solo rapidissimi accenni. Il grosso del testo è formato appunto da una fittissima selva di nomi. Mi chiedo anche, dal punto di vista pratico, come si potrebbe usare questo libro a supporto di un corso universitario sul fumetto, e quali domande si potrebbero fare in proposito in sede d’esame (“Quali sono gli autori principali del fumetto di avventura americano, diciamo, tra il 1927 e il 1938?”).
 
Interrogativi del genere sono però marginali per altri tipi di uso. E, devo dire, io mi sono divertito molto a leggere tutto: ripercorrendo i nomi e chiedendomi che cosa ho già letto e che cosa invece mi manca, e così via. Cercando di perdermi, insomma, in questa selva di autori e di possibilità di lettura.
 

venerdì 24 gennaio 2014

Magnus, I briganti!

 
 
Magnus, I briganti
È uscita da qualche settimana, ma io ne ho ricevuto una copia solo adesso: la nuova edizione de I briganti di Magnus! Pubblicata da Rizzoli Lizard (Milano, 2013, pp. 334, ISBN 978-88-17-06967-0, € 24), a cura di Fabio Gadducci – che ha già curato per la stessa collana diversi altri volumi di Magnus – e mia.
 
Forse è superfluo dirlo, ma non si sa mai: sono entusiasta di aver contribuito a una nuova edizione di uno dei capolavori del fumetto italiano. Il lavoro è stato pubblicato a frammenti da Magnus tra il 1978 e il 1993 e consiste in una personalissima riambientazione fantascientifica de I briganti, cioè lo 水浒传 (“ai margini dell’acqua”), un classico della letteratura cinese medievale. Il risultato è assolutamente originale e, appunto, a parer mio uno dei massimi vertici del fumetto italiano (che del resto secondo me dà il meglio quando ricicla e riadatta miti generati altrove, ma questo sarebbe un lungo discorso).
 
La morte prematura nel 1996 impedì a Magnus di completare il lavoro, che seguiva molto da vicino l’unica traduzione italiana del romanzo, pubblicata da Einaudi nel 1956. I briganti ha quindi anche il fascino dell’incompiuto. I due contributi miei che compaiono in questa edizione sono appunto dedicati a dare un po’ di contesto alla storia, che si interrompe in modo molto brusco.
 
Il primo contributo, Come sarebbe finita (pp. 261-264), prova a ricostruire il modo in cui il lavoro di Magnus sarebbe andato avanti secondo il modello dell’edizione Einaudi. Tentativo di ricostruzione già fatto da altri in passato, basandosi non solo sull’edizione Einaudi ma anche sugli appunti che Magnus aveva preso sulla sua copia (rimasta il suo costante punto di riferimento). In questo caso, però, il ritrovamento di un foglio di appunti preparato da Magnus e contenente un indice completo della versione a fumetti permette di avere un’idea molto più precisa del piano dell’opera.
 
Il mio secondo contributo, La storia dei Briganti (pp. 265-270), parla invece del romanzo cinese originale (che ho letto nella traduzione inglese in 5 volumi a opera di John e Alex Dent-Young) e del suo rapporto con l’edizione Einaudi, che ne deforma il carattere a diversi livelli. Basti pensare che la traduzione, a suo tempo, non venne condotta direttamente dal cinese ma da una versione condensata del libro pubblicata in tedesco nel 1934…
 
Il confronto mette bene in luce, secondo me, alcune caratteristiche del romanzo e della lettura che ne ha fatto Magnus. Su quest’ultimo punto, poi, ho potuto studiare direttamente un quaderno di bozze dell’autore, che include un po’ di osservazioni ironiche e qualche ritaglio di giornale. Pochi indizi, ma spunti importanti per capire il modo in cui il lavoro aveva preso forma. In particolare per il rapporto curioso, e un po’ ambivalente, di Magnus con la figura di Mao e con la situazione politica cinese. Come si vede anche da questa pagina del quaderno di bozze, riprodotta nel libro a p. 270, con una fotografia di Mao ripresa da un giornale:


Ma, a parte questo, quel che conta nel libro è la storia in sé. C’è chi la ama e chi no. Io do il mio consiglio: se non l’avete ancora fatto, leggetela!
 

lunedì 2 dicembre 2013

La codifica dei fumetti italiani

 
Dall'articolo di Walsh: Kirby come esempio di cbml:panel, eccetera
Giovedì scorso ha ottenuto la laurea magistrale in Informatica umanistica uno dei miei studenti, Salvatore Figuccia. La sua tesi (correlatore Roberto Rosselli Del Turco, controrelatore Alessandro Lenci) era intitolata Codifica CBML-TEI di fumetti italiani e analisi linguistica.
 
Come mai un argomento del genere? Beh, io sto studiando da molto tempo l’italiano dei fumetti. Argomento importante per la storia linguistica del Novecento ma quasi del tutto privo di studi sistematici: l’unica monografia oggi esistente è Parola di papero di Daniela Pietrini, dedicata però ai soli fumetti Disney. Certo, io ho pubblicato, negli anni, diversi interventi sull’italiano dei fumetti, ma tutti su argomenti molto circoscritti. Avendo tempo, sarebbe arrivato il momento di tirare le fila e sintetizzare…
 
Questo però significa avere alle spalle ampi spogli linguistici. Il che a sua volta richiede l’esistenza di corpus di fumetti in cui il testo sia stato trascritto e digitalizzato, in modo da poter fare analisi automatiche. E, a sua volta, ciò richiede uno standard di codifica intelligente, che contenga tutti gli elementi utili a un’analisi linguistica. Le caratteristiche editoriali dei fumetti rendono tuttavia questo tipo di lavoro tutt’altro che banale.
 
Facciamo un esempio pratico: il linguaggio dei diversi personaggi. In molti fumetti alcuni tipi di espressione sono collegati a un unico personaggio – nei fumetti Disney, solo Pippo fa yuk, yuk – oppure sono distribuiti tra personaggi in modo marcato e ripetuto. Quindi un’analisi, mettiamo, delle Sturmtruppen di Bonvi deve distinguere per esempio tra il finto tedesco delle Sturmtruppen e l’italiano non alterato di Galeazzo Musolesi, e così via. Per arrivare a questo risultato, però, si deve usare un sistema di trascrizione che non solo distingua tra i diversi personaggi ma consenta poi, accoppiato agli opportuni strumenti elettronici, di limitare per esempio i risultati di uno spoglio linguistico a uno specifico personaggio, o di escludere il personaggio medesimo da uno spoglio generale, e così via.
 
La maggiore iniziativa mondiale nella codifica di testi umanistici è la TEI (Text Encoding Initiative). La TEI pubblica importanti linee guida e ha previsto la codifica di molti tipi diversi di testo, dalle opere teatrali alle edizioni critiche, ma non ha mai fornito standard per i fumetti. Questa lacuna è stata di recente colmata in buona parte dalla proposta di John A. Walsh (Università dell’Indiana), che ha proposto il vocabolario CBML. In pratica, CBML è un sistema che da un lato indica come usare per la codifica dei fumetti i classici elementi TEI e dall’altro aggiunge a essi “a number of elements targeted at the distinctive formal features of comics, such as panels, balloons, and narrative captions”. La proposta è stata articolata da Walsh anche in un articolo del Digital Humanities Quarterly intitolato Comic Book Markup Language: An Introduction and Rationale, che aggiunge molte informazioni interessanti e casi d’uso.
 
Tutto bene, quindi? Sì e no. Nel senso che Walsh ha lavorato per la codifica dei “comic book” americani, cioè di prodotti editoriali di un certo tipo, e la codifica dei fumetti italiani richiede un po’ di aggiustamenti da questo punto di vista. Per esempio, i “comic book” americani contengono tipicamente una storia singola; molte riviste a fumetti italiane invece contengono più storie, di autori differenti (come nel caso di Topolino), e occorre quindi trovare un modo per raggruppare i diversi materali. E così via.
 
Di qui l’importanza della tesi di Salvatore Figuccia, che ha preso come punto di partenza il lavoro di Walsh e ha controllato la sua applicabilità anche ai fumetti italiani. Come avevano già suggerito esperimenti più limitati condotti in alcuni elaborati di laurea triennale, l’esperimento ha confermato che per trascrivere i fumetti italiani più popolari non è necessario aggiungere nuovi elementi alla proposta di Walsh – il che faciliterà l’interscambio di dati. Occorre avere invece dei criteri di trascrizione molto dettagliati, per mantenere coerenza tra prodotti che seguono standard piuttosto diversi. La tesi ha quindi incluso una prima bozza di criteri e, come dimostrazione, la trascrizione completa di un fascicolo di Topolino e di due prodotti bonelliani (un numero di Tex e uno di Dylan Dog), oltre a un primo assaggio di analisi linguistica sulle interiezioni. Nel complesso, si tratta di un importante passo avanti nella direzione del lavoro complessivo di cui parlavo all’inizio.
 

mercoledì 9 gennaio 2013

Webcomics e tooltip

 
Scene from a multiverse... ma, ehi, c'è un tooltip anche qui!
Da molti anni, all’inizio di ogni giornata lavorativa mi guardo un po’ di fumetti in rete. Due di questi, aggiornati alle 9 ora italiana, sono due strisce classiche dei quotidiani americani: Doonesbury, di Garry Trudeau, e Dilbert, di Scott Adams. Il primo è praticamente un classico della letteratura, un Grande (e intelligente) Romanzo Americano che va avanti da quarant’anni. Il secondo… beh, diciamo che in passato mi sono ritrovato in situazioni che mi hanno fatto capire che, anche se a prima vista non sembra, è un fumetto realistico. E comunque, è molto divertente.
 
Un’aggiunta più recente, carina anche se inferiore ai primi due, è Pearls before swine, di Stephan Pastis. Dopodiché, il panorama delle strisce tradizionali si conclude. Nel tempo ne ho provate altre, ma con poco successo.
 
In compenso, però, leggo diversi altri fumetti che escono a scadenze meno serrate. In questo caso si tratta di veri e propri webcomics: fumetti pubblicati solo o principalmente sul web (il termine inglese richiede meno precisazioni rispetto ad alternative italiane in tutto o in parte, tipo “fumetti online” o “fumetti in rete”).
 
Quello che preferisco è, naturalmente, xkcd, di Randall Munroe. Intelligente e molto divertente allo stesso tempo (e poi, con diversi riferimenti alla linguistica, e perfino alla linguistica computazionale: che cosa si può volere di più?).
 
Un’alternativa a cadenza settimanale è Oglaf, di Trudy Cooper e Doug Bayne: praticamente, una serie di storie a sfondo sessuale in ambientazione fantasy, ma con un taglio surreale che spesso trovo molto divertente (a volte, ammetto, le battute mi rimangono incomprensibili).
 
Poi, Scenes from a multiverse, di Jonathan Rosenberg. Un po’ un gusto acquisito, ma devo dire che anche in questo caso il surrealismo funziona molto bene.
 
Infine, Tom the dancing bug, di Ruben Bolling, che spesso è un ottimo fumetto politico.
 
Una caratteristica che tutti questi fumetti (a parte l’ultimo) hanno in comune è l’uso del tooltip. In pratica, nell’elemento HTML che riporta l’immagine del fumetto l’attributo title viene riempito, anziché con un titolo vero e proprio, con un testo che ha a che fare con il fumetto stesso – di solito, una specie di battuta finale o punchline. Tipo così:
 
<img alt="Sick Day" src="http://imgs.xkcd.com/comics/sick_day.png" title="Wikipedia path: Virus -&gt; Immune system -&gt; Innate immune system -&gt; Parasites -&gt; List of parasites of humans -&gt; Naegleria fowleri -&gt; Primary amoebic meningoencephalitis -&gt; Deciding I DEFINITELY shouldn't connect an aquarium pump to my sinuses" />
 
Quando il lettore apre la pagina web può portare il puntatore del mouse sul fumetto e, con i browser attuali, questo fa comparire la scritta sotto forma di riquadro di testo, o tooltip (ne ho parlato a proposito dei “microgeneri” te-stuali alle pp. 64-65 del mio libro sull’Italiano del web).
 
I webcomics elencati qui sopra non sono gli unici a usare il tooltip: ho trovato per esempio una lista  che riporta 91 esempi. Non li ho letti tutti, ma, cosa interessante, la lista include anche alcuni prodotti che non sono propriamente fumetti, oppure che non usano l’attributo title ma qualche sistema vagamente paragonabile (per esempio, nascondendo testo nel nome del file che contiene l’immagine). Come accade spesso in questo genere di situazioni, il meccanismo di base può infatti essere reso più complicato con estrema facilità – e anche qui rimando al mio libro, pp. 78-80. Si leggono quindi commenti tipo “L's Empire has some where the alt text for multiple pages need to be read in order to get the joke”.
 
La mancanza di webcomics italiani paragonabili è un po’ triste. Anzi, aggiungo che è un po’ triste anche il fatto che, con tutta la creatività del fumetto italiano, finora non sia riuscito a trovare neanche un singolo esempio di webcomic italiano che sia entrato tra le mie letture regolari (anche se Makkox ci va vicino).
 
Sono, naturalmente, aperto a suggerimenti e consigli.
 

venerdì 3 agosto 2012

 
Disegnatori e illustratori nel fumetto italiano
Da poche settimane è uscito un mio articolo su Il linguaggio del comico nei fumetti di Leo Ortolani. Il testo è contenuto in Disegnatori e illustratori nel fumetto italiano, a cura di Mario Allegri e Claudio Gallo (Persico Dosimo, Casa Editrice Delmiglio, ISBN: 978-88-96305-22-5, pp. 109-117), che in sostanza pubblica i contributi presentati durante il convegno dallo stesso titolo, tenuto a Rovereto nel 2008. L’indice rappresenta poi bene la varietà dei contenuti trattati: da Magnus ai manga, e ritorno, con molti contributi interessanti.
 
Nel caso mio, come si vede dal titolo, la prospettiva è molto mirata. L’articolo documenta infatti il mio tentativo di andare a vedere un po’ più in dettaglio il modo in cui Ortolani costruisce le battute, chiude le storie e così via, integrando testo e immagini. In molti casi c’è uno schema preciso, in altri vengono violate per esempio alcune regole di base della costruzione del fumetto... Dal mio punto di vista, è di sicuro un argomento affascinante!
 

venerdì 2 marzo 2012

Il linguaggio di Andrea Pazienza sul sito Treccani

 
Il Pertini di Andrea Pazienza
Il sito Treccani.it, accanto all’Enciclopedia e a strumenti di lavoro indispensabili come il Dizionario biografico degli italiani, presenta anche una rivista online, il “Magazine”. Lì è stato pubblicato oggi uno Speciale dal titolo: Gulp! La lingua delle nuvolette che include una mia breve (6000 caratteri) presentazione della lingua usata nei fumetti di Andrea Pazienza. Il contributo si intitola Andrea Pazienza: un italiano vero (o verosimile) e cerca di presentare, in estrema sintesi, i motivi per cui la lingua delle opere di Pazienza è molto diversa rispetto a quella tradizionale del fumetto italiano.
 

Nello Speciale sono inoltre presenti diversi contributi interessanti, scritti da molte delle persone che si sono occupate di linguistica del fumetto in anni recenti – da Silvia Morgana a Luca Raffaelli. Io ho apprezzato particolarmente la sintesi sul fumetto Disney realizzata da Daniela Pietrini e la descrizione, fatta da Daniele Poggiogalli, delle soluzioni linguistiche adottate nella traduzione italiana di Gals! di Mihona Fujii.
 

Nota finale: al “Magazine” Treccani avevo già contribuito l’anno scorso con una panoramica sui siti web dedicati alla grammatica dell’italiano.
 

venerdì 24 febbraio 2012

La scrittura non standard nei fumetti italiani

 
Ho appena ricevuto il libro Die Sprache(n) der Comics, a cura di Daniela Pietrini (Martin Meidenbauer, München, 2012, ISBN 978-3-89975-280-9, pp. 216). Il volume raccoglie gli atti del Kolloquim omonimo, tenuto a Heidelberg il 16 e il 17 giugno 2009; all’interno c’è anche un saggio di Fabio Gadducci e mio dedicato a La scrittura non standard nei fumetti italiani (pp. 113-126). In quest’ultimo sono presentati i risultati di una panoramica a largo raggio su ciò che all’interno dei fumetti italiani si trova, appunto, sotto forma di scrittura non standard a livello dei suoi ingranaggi minimi. In sostanza, quindi, semplici modifiche nell’ortografia, nella punteggiatura e nella scrittura delle parole... con poche eccezioni, il fumetto italiano non si allontana molto dalle regole tradizionali.
 

Una parte del lavoro riassume i risultati di una ricerca sulle interiezioni fatta da Lucrezia Franceschi per la sua tesi di laurea: inventario che ho trovato molto utile, da cui si apprende per esempio che oggi nei fumetti Disney sembrano scomparse interiezioni un tempo comunissime come pfui o quack (p. 125). In generale, ci sembra che la tendenza del fumetto italiano sia senz’altro stata diretta negli ultimi anni alla riduzione dei tratti espressivi più caratteristici. Nella sintesi finale Fabio e io ci sbilanciamo anzi a dire che probabilmente “tutti i meccanismi espressivi presenti nel fumetto italiano contemporaneo ad ampia diffusione erano già presenti cinquant’anni fa” e “non esiste neanche un singolo meccanismo che sia presente nel fumetto serio e non in quello umoristico” (p. 125).
 

Il volume è multilingue (oltre a quelli in italiano, sono presenti contributi in tedesco e francese, più abstract in inglese per ogni testo), e ancora non l’ho letto per intero. Segnalo però i contributi in italiano di Sergio Brancato e Gino Frezza, e soprattutto quello di più diretto interesse linguistico, Dannate lingue del Paz! Osservazioni linguistiche sui fumetti di Andrea Pazienza di Fabio Rossi (pp. 127-146). Pare incredibile, ma nei quindici anni passati da un mio minimo contributo sulla lingua dei fumetti di Andrea Pazienza non era uscito nient’altro sul tema. Adesso Fabio Rossi colma una lacuna significativa facendo una rassegna a largo raggio – che tra l’altro ho subito usato per un breve testo di sintesi che dovrebbe comparire tra poco sulla rivista online Treccani.
 

mercoledì 26 ottobre 2011

Code lunghe e torte piccole


Dopodomani, venerdì 28 ottobre, sarò a Lucca per un’iniziativa collegata a Lucca Comics. Alle 15 parteciperò infatti a uno degli appuntamenti di Lavorare con il Fumetto: Incontri sulle professioni del fumetto (e dintorni) condotti da Andrea Plazzi .

L’argomento specifico sarà:

MERCATO – Code lunghe e torte piccole Editoria, modello “Long Tail”, presenza dell’editoria online e nicchia del fumetto.

Parlerò insieme a Francesco Varanini e spero di fare qualche confronto tra il modo in cui si distribuiscono i tratti linguistici e quello in cui si distribuiscono i prodotti editoriali.

L’appuntamento è alla Sala Incontri della Camera di Commercio di Lucca in Corte Campana, tra Palazzo Ducale e Piazza S. Michele.

mercoledì 8 dicembre 2010

Presentazione di Eisner, 9 dicembre


Will Eisner (1917-2005) è stato uno dei più importanti autori di fumetti del Novecento. Oggi è celebrato soprattutto per il suo stile personale e per i suoi personaggi di grande successo, a cominciare da Spirit, oltre che per essere stato il creatore della graphic novel moderna. In aggiunta alla sua attività di soggettista e disegnatore, però, Eisner è stato anche un insegnante e un importante teorico del fumetto. A partire dagli anni Ottanta ha quindi realizzato manuali che sono allo stesso tempo riflessioni d’artista su questo mezzo di comunicazione e, grazie a un’imponente quantità di esempi grafici e di tavole di grandi autori, vere e proprie gallerie di immagini.

Come già raccontato questo blog, Fabio Gadducci e il sottoscritto hanno tradotto i due manuali più famosi di Eisner (Comics and Sequential Art e Graphic Storytelling and Visual Narrative), pubblicati quest'anno da Rizzoli in un volume unico con il titolo L'Arte del Fumetto. Giovedì 9 dicembre presenteremo il lavoro al Museo della Grafica di Pisa (Palazzo Lanfranchi) alle 17.30.

giovedì 2 dicembre 2010

Smolderen, Naissances de la bande dessinée


Nel dibattito sulla nascita del fumetto, il recente Naissances de la bande dessinée di Thierry Smolderen (Les impressions nouvelles, s. l., 2009) è un contributo non perfetto ma molto importante.

Come mai, "non perfetto"? Semplicemente perché Smolderen dedica molta attenzione a definizioni e cose marginali, o sbagliate. Il libro ha il sottotitolo "de William Hogarth à Winsor McCay", e, appunto, essendo il punto di partenza, l'opera di Hogarth è una delle cose su cui Smolderen si concentra di più. Tuttavia la sua argomentazione è strana: Hogarth è importante non perché le sue incisioni siano fumetti (non lo sono), quanto perché le sue opere sono costruite per essere decifrate (sono "diagrammatiques") e combinano elementi di tradizioni grafiche diverse in un modo che ricorda la polifonia bachtiniana del romanzo dell'epoca. Entrambi questi aspetti diventeranno importanti nel secolo successivo, e saranno alla base del protofumetto dell'Ottocento. In Hogarth convivono, secondo Smolderen, in questo modo:

"Cherchez le diagramme!" est le mot d'ordre, la règle du jeu. Quel que soit son parcours dans l'image, l'oeil découvre à chaque lecture de noveaux rapports, de nouvelles articulations ironiques. Car c'est là que réside toute la modernité d'Hogarth: sa vision polémique de la société anglaise s'exprime par diagramme interposé, en faisant jouer toutes les couches du langage graphique de son temps. La mise en oeuvre de cette "poliphonie" graphique est ce qui le rapproche des inventeurs du roman moderne comme Henry Fielding et Laurence Sterne, qui confrontaient pareillement dans leurs oeuvres toutes les veines, tous les registres du langage parlé et écrit de l'époque (p. 15).

Gli aspetti che non tornano in questa ricostruzione sono evidenti. Innanzitutto, la "decifrabilità" delle opere è una costante delle arte grafiche, non un'invenzione di Hogarth! E la "polifonia", sarà davvero passata da Hogarth ad autori come Doré e Grandville? Può anche darsi; ma in realtà Hogarth non mi sembra molto "polifonico"; in alcuni casi viene chiaramente imitato dai disegnatori successivi, ma dimostrare che sia lui alla base di tutto... beh, ci vorrebbe come minimo un altro libro!

Osservazioni discutibili si trovano poi anche in altri punti del libro. Anzi, è curioso, almeno per me, vedere come Smolderen oscilli spesso tra analisi convincenti (per esempio quando mostra la netta opposizione formale tra il Little Jack e il Little Nemo di McCay) e altre... meno. Ma la sensazione finale non è affatto quella di un libro che non funziona. Al di là dei (numerosi) punti che non convincono, l'autore ha senz'altro centrato il problema principale. In una risposta agli storici del fumetto che nella produzione grafica dell'Ottocento cercano solo embrioni del fumetto moderno, Smolderen ricostruisce un contesto complesso. Individua infatti tutta una serie di "antenati" della narrazione grafica a cui ben pochi hanno pensato in precedenza: dai repertori di espressioni facciali al servizio degli attori fino alle prime sequenze fotografiche create per ricostruire le fasi dei movimenti veloci.

Su questi punti inoltre Smolderen, più che raccontare, mostra: il corredo iconografico del libro è semplicemente fantastico, e sembra tutto frutto di ricerche di prima mano. La copertina non rende giustizia a questa incredibile galleria di immagini, mai viste in giro e spesso molto belle.

Dal mio punto di vista, poi, uno degli aspetti più interessanti (anche se marginali in questa trattazione) è il modo in cui molti autori dell'Ottocento legano il lavoro sulla stilizzazione delle immagini a una riflessione teorica. Alla ricerca, com'è naturale, di una "grammatica" dei gesti e delle espressioni. Gli esempi tratti da Cruikshank e Grandville, alle pp. 36 e 37, sono i più affascinanti, ma non gli unici, e fanno il paio con i molti tentativi dell'epoca di codificare e "scrivere" tante cose che, a differenza del linguaggio, si sono rivelate poi molto refrattarie alla schematizzazione. Tuttavia, anche se il tentativo più di tanto non può spingersi, vedere il modo in cui alcune personalità geniali cercano di affrontare il problema è senz'altro molto istruttivo!

domenica 11 aprile 2010

Eisner, L'arte del fumetto


Rizzoli ha appena pubblicato L'arte del fumetto di Will Eisner, curato e tradotto da Fabio Gadducci e da me. È la versione italiana dei primi due libri di "saggistica pratica" di Eisner, cioè di uno dei grandi nomi del fumetto del Novecento (e oltre).

Aggiornamento: su Alias del 24 aprile compare una recensione al libro.

sabato 13 febbraio 2010

Der Dialekt im italienischen Comic


La rivista tedesca Zibaldone. Zeitschrift fur italienische Kultur der Gegenwart, curata da Thomas Bremer e Titus Heydenreich, ha dedicato ai dialetti in Italia l'ultimo numero, il 48, uscito a fine 2009. All'interno del fascicolo si trova anche un mio articolo in traduzione tedesca (realizzata da Thomas Bremer): Der Dialekt im italienischen Comic, cioè "il dialetto nei fumetti italiani", pp. 154-167. È una carrellata rapida che va dal fumetto nei Disney italiani e da Hugo Pratt su su fino ad Andrea Pazienza e (naturalmente) Leo Ortolani - che di dialetto ne ha usato ben poco. Senza dimenticare poi traduttori come Marcello Marchesi e Ranieri Carano, che hanno fatto meraviglie.

Alla fine il censimento è molto rapido, con poche parole dedicate ai diversi esempi; però, se non sbaglio, nessuno aveva mai pubblicato niente di organico sull'argomento, e sono discretamente soddisfatto del risultato.

giovedì 7 gennaio 2010

Pietrini, Parola di papero

Per strano che possa sembrare, il linguaggio dei fumetti italiani non era mai stato oggetto di uno studio approfondito. Colma ora questa lacuna Daniela Pietrini con Parola di papero, un consistente (401 pagine di testo) studio su "Storia e tecniche della lingua dei fumetti Disney", pubblicato a fine 2009 da Cesati.

Come titolo e sottotitolo fanno capire, il lavoro è dedicato a un'unica sezione del mondo del fumetto: i fumetti Disney pubblicati in Italia - e scritti da autori italiani. Non è poca cosa, perché questo tipo di prodotto è arrivato nei decenni a coprire ampie fette del mercato totale (sarà arrivato al 50%, in alcuni momenti?). Oggi le cifre assolute sono calate, ma i Disney italiani se la giocano alla pari con i Bonelli per quanto riguarda la diffusione... mentre i materiali tradotti sono in percentuale decisamente minoritaria. Inoltre, in diversi momenti dal dopoguerra a oggi riviste come Topolino hanno raggiunto percentuali incredibili di diffusione tra i bambini, cioè in fasce d'età in cui l'apprendimento della lingua è ancora in corso e i modelli sono particolarmente importanti.

Dall'abbondante materiale di partenza Daniela Pietrini ha selezionato 90 storie pubblicate su Topolino (15 storie per decennio, dagli anni Cinquanta agli anni Zero) e ne ha fatto un esame a diversi livelli. Per esempio, prendendo un argomento che è stato affrontato anche in un elaborato di laurea triennale che ho seguito io, nel capitolo "Libertà, molteplicità e fantasia" si parla di ideofoni, interiezioni, serie ideofoniche o miste, turpiloquio attenuato... e dell'evoluzione nel tempo dell'uso di questo tipo di parole. In un altro capitolo si parla dei neologismi disneyani, con un repertorio imponente di esempi; e così via.

Particolarmente importante, per il confronto con la scrittura elettronica, la sezione in cui si parla di punteggiatura (e il rapporto con, per esempio, gli SMS viene esplicitato a p. 59). Da un mezzo di comunicazione all'altro, ci scordiamo spesso di quanto alcune scelte siano recenti e/o arbitrarie: le polemiche contro la punteggiatura dei testi elettronici ricordano quelle contro la punteggiatura espressiva del fumetto, o quelle contro gli abusi sette-ottocenteschi del trattino, eccetera... Molto più produttivo sarebbe studiare i brevi momenti di libertà in cui, in un nuovo genere di comunicazione, si sperimenta di tutto, e poi si rende convenzionale questa scelta - un modo di agire che mi sembra molto comune e che mi ricorda un sacco i periodi di differenziazione nell'evoluzione biologica su cui insisteva tanto Stephen Jay Gould.

Massimi sistemi a parte, è interessante scorrere i tantissimi spunti lanciati da questo libro, per esempio nelle note sull'uso del punto esclamativo del fumetto: "è soltanto nel fumetto che si realizza, attraverso il dilagare degli esclamativi, la possibilità di sottolineare l'intensità di ogni enunciato eliminando l'enunciazione neutra" (p. 59). Sarà davvero possibile eliminare da un genere testuale come questo le enunciazioni neutre? A me sembra piuttosto che il punto esclamativo svolga nel fumetto un ruolo del tutto neutro, e che sia preferito al punto fermo per semplici motivi di leggibilità: in testi senza alternanza tra maiuscole e minuscole, secondo lo standard del lettering del fumetto italiano, il punto classico è semplicemente poco visibile e il punto esclamativo è un comodo sostituto. Ma nessuno ha mai studiato il modo in cui l'esclamativo si è diffuso nel fumetto... riducendo il punto fermo allo 0,2 % di presenze citato qui (pp. 58-59). Eccetera.

Insomma: il libro è un fondamentale primo passo per incominciare a studiare davvero un genere di lingua diffusissimo ma trascurato dai linguisti. Adesso viene (più) voglia di vedere che altro si trova, scavando appena più a fondo...

domenica 6 dicembre 2009

Groensteen, Système de la bande dessinée

L'esame per il corso di cinese è andato bene - anche se, sospetto, con un margine non larghissimo! Comunque, in attesa di ritentare con Cinese 2, è arrivato il momento di riprendere in mano un po' di vecchi libri. Uno di questi è il Système de la bande dessinée di Thierry Groensteen.

Devo dire che, da buon linguista, ho un po' di diffidenza verso gli studi semiologici: spesso si trasformano in sequenze di osservazioni discutibili e poco documentate, o in tentativi di spaccare il capello in quattro perdendo rapidamente contatto con la realtà. Niente di tutto questo, per fortuna, si ritrova nel lavoro di Groensteen, che è incredibilmente intelligente e ragionevole.

Descrivere il modo in cui funziona il fumetto è senz'altro difficile. Groensteen fa il suo lavoro in modo splendido, andando a esaminare, per esempio, i diversi modi in cui possono essere usati gli spazi bianchi tra le vignette, o l'importanza delle sequenze di vignette nella lettura. Giusto per dare un'idea dei contenuti, al ruolo della vignetta (cadre) nel sistema del fumetto sono dedicate venticinque pagine che descrivono sei diverse funzioni: di clôture, séparatrice, rythmique, structurante, expressive e lecturale. La prima di queste, continuando nell'esempio, riguarda la chiusura del disegno e l'assegnazione a esso di una forma specifica - tratto che, per inciso, distingue radicalmente l'immagine del fumetto da quella del cinema (a forma fissa). E così via, con una buona alternanza di classificazioni teoriche ed esempi pratici.

L'aspetto più propriamente linguistico è trattato solo di sfuggita, ma va bene così: quella è area di competenza dei linguisti, appunto, più che dei semiologi... Però all'interazione tra testo e immagine Groensteen dedica alcune pagine ben fatte (150-167), in cui si discute del modo in cui le parole nel fumetto servono, per esempio, a influenzare il tempo di lettura, facendo indugiare il lettore su vignette che altrimenti sarebbero superate in un istante (funzione rythmique, p. 157). In un mezzo di comunicazione che intreccia immagini e parole scritte si creano infatti innumerevoli interazioni di livello che sono inconcepibili nella narrativa tradizionale.

Insomma, il libro non è solo interessante di per sé. Dal punto di vista operativo è anche un oggetto molto comodo per i linguisti: permette di dire "per le implicazioni generali di questo meccanismo, si veda quanto dice Groensteen a pagina...", per concentrarsi poi, seriamente, su problemi di lingua.

martedì 14 aprile 2009

I prossimi impegni

Rivedendo in questi giorni i miei impegni da qui all'estate, ho scoperto con un po' di sorpresa che per interventi a convegni e assimilabili sarà il fumetto a farla da padrone.

Per gli interventi a convegni:
  1. il 24 aprile sarò a Napoli Comicon per partecipare alla presentazione della scuola di traduzione per il fumetto e l'editoria di Bologna
  2. dal 15 al 17 giugno sarò a Heidelberg con un intervento su La scrittura non standard nei fumetti italiani, da scrivere assieme a Fabio Gadducci per il Convegno/Workshop I(l) linguaggi(o) del fumetto / Die Sprache(n) der Comics
  3. il 26 giugno sarò a Cork con l'intervento Between Black and Yellow: Italian Comics and
    Crime Fiction all'interno del convegno Con(tra)vention
Inoltre, entro maggio-giugno devo consegnare diversi articoli sul fumetto:
  1. uno sul Giornale per i bambini da scrivere assieme a Fabio Gadducci per SIGNs
  2. uno per la rivista tedesca Zibaldone
  3. uno per gli atti del secondo convegno di Rovereto
Un programma relativamente intenso, insomma! Spero si riveli anche compatibile con la scrittura del libro sul linguaggio del web...
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