
Per strano che possa sembrare, il linguaggio dei fumetti italiani non era mai stato oggetto di uno studio approfondito. Colma ora questa lacuna Daniela Pietrini con
Parola di papero, un consistente (401 pagine di testo) studio su "Storia e tecniche della lingua dei fumetti Disney", pubblicato a fine 2009 da Cesati.
Come titolo e sottotitolo fanno capire, il lavoro è dedicato a un'unica sezione del mondo del fumetto: i fumetti Disney pubblicati in Italia - e scritti da autori italiani. Non è poca cosa, perché questo tipo di prodotto è arrivato nei decenni a coprire ampie fette del mercato totale (sarà arrivato al 50%, in alcuni momenti?). Oggi le cifre assolute sono calate, ma i Disney italiani se la giocano alla pari con i Bonelli per quanto riguarda la diffusione... mentre i materiali tradotti sono in percentuale decisamente minoritaria. Inoltre, in diversi momenti dal dopoguerra a oggi riviste come
Topolino hanno raggiunto percentuali incredibili di diffusione tra i bambini, cioè in fasce d'età in cui l'apprendimento della lingua è ancora in corso e i modelli sono particolarmente importanti.
Dall'abbondante materiale di partenza Daniela Pietrini ha selezionato 90 storie pubblicate su
Topolino (15 storie per decennio, dagli anni Cinquanta agli anni Zero) e ne ha fatto un esame a diversi livelli. Per esempio, prendendo un argomento che è stato affrontato anche in un elaborato di laurea triennale che ho seguito io, nel capitolo "Libertà, molteplicità e fantasia" si parla di ideofoni, interiezioni, serie ideofoniche o miste, turpiloquio attenuato... e dell'evoluzione nel tempo dell'uso di questo tipo di parole. In un altro capitolo si parla dei neologismi disneyani, con un repertorio imponente di esempi; e così via.
Particolarmente importante, per il confronto con la scrittura elettronica, la sezione in cui si parla di punteggiatura (e il rapporto con, per esempio, gli SMS viene esplicitato a p. 59). Da un mezzo di comunicazione all'altro, ci scordiamo spesso di quanto alcune scelte siano recenti e/o arbitrarie: le polemiche contro la punteggiatura dei testi elettronici ricordano quelle contro la punteggiatura espressiva del fumetto, o quelle contro gli abusi sette-ottocenteschi del trattino, eccetera... Molto più produttivo sarebbe studiare i brevi momenti di libertà in cui, in un nuovo genere di comunicazione, si sperimenta di tutto, e poi si rende convenzionale questa scelta - un modo di agire che mi sembra molto comune e che mi ricorda un sacco i periodi di differenziazione nell'evoluzione biologica su cui insisteva tanto Stephen Jay Gould.
Massimi sistemi a parte, è interessante scorrere i tantissimi spunti lanciati da questo libro, per esempio nelle note sull'uso del punto esclamativo del fumetto: "è soltanto nel fumetto che si realizza, attraverso il dilagare degli esclamativi, la possibilità di sottolineare l'intensità di ogni enunciato eliminando l'enunciazione neutra" (p. 59). Sarà davvero possibile eliminare da un genere testuale come questo le enunciazioni neutre? A me sembra piuttosto che il punto esclamativo svolga
nel fumetto un ruolo del tutto neutro, e che sia preferito al punto fermo per semplici motivi di leggibilità: in testi senza alternanza tra maiuscole e minuscole, secondo lo standard del lettering del fumetto italiano, il punto classico è semplicemente poco visibile e il punto esclamativo è un comodo sostituto. Ma nessuno ha mai studiato il modo in cui l'esclamativo si è diffuso nel fumetto... riducendo il punto fermo allo 0,2 % di presenze citato qui (pp. 58-59). Eccetera.
Insomma: il libro è un fondamentale primo passo per incominciare a studiare davvero un genere di lingua diffusissimo ma trascurato dai linguisti. Adesso viene (più) voglia di vedere che altro si trova, scavando appena più a fondo...