Visualizzazione post con etichetta Stampatello. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stampatello. Mostra tutti i post

mercoledì 2 novembre 2016

Cignetti e Demartini, L’ortografia

  
 
Copertina di L'ortografia di Luca Cignetti e Silvia Demartini
Il libro di Cignetti e Demartini viene a colmare una lacuna. In ambito universitario l’ortografia italiana è poco studiata: assimilata nella pratica, poco nota in modo esplicito. Le questioni ortografiche sono trattate in tutte le grammatiche, ma ho il sospetto che al loro interno abbiano l’onore di essere le pagine meno lette. Di sicuro, nella mia esperienza i laureati italiani dell’area umanistica di regola scrivono correttamente sta e ma spesso non sanno spiegare perché – e a volte trovano difficoltà a risolvere dubbi anche semplici, quando li incontrano per la prima volta.
 
Questo libro rappresenta quindi un importante contributo. In particolare, è apprezzabile che contenga una ricostruzione storica dell’evoluzione dell’ortografia italiana: un ottimo mezzo per dare profondità al discorso e aiutare a comprendere la logica delle regole e la loro evoluzione.
 
Su un altro piano, mi chiedo chi possa essere il lettore ideale di questo libro. La quantità di informazioni presentate, e la presenza di indicazioni storiche, porterebbero a uno studente universitario dell’area umanistica. Il testo però non può essere facilmente usato come prontuario unico e pratico: un po’ per il carattere discorsivo, un po’ perché i dubbi grafici non sistematici (“propio” o “proprio”? “peronospera” o “peronospora”?) escono completamente dalla sua copertura. Su questo sarebbe stato senz’altro utile, in aggiunta a un inquadramento teorico, un rinvio a strumenti esterni; incluso l’invito a controllare i dizionari, accompagnato da qualche indicazione su ciò che si può consultare di valido anche in rete.
 
Per quel che mi riguarda, ho letto il libro soprattutto dal punto di vista degli insegnamenti di Laboratorio di scrittura e di Linguistica italiana che tengo regolarmente. Da qui ho ricavato le due serie di osservazioni che seguono: le prime a proposito della scelta degli argomenti da trattare (tenendo presente che un testo, e a maggior ragione un testo sintetico di presentazione, con un numero di pagine prefissato, deve sempre fare scelte), le seconde a proposito dell’angolazione con cui gli argomenti sono stati affrontati.
 
Scrivere a mano o su tastiera
 
Per la scelta degli argomenti, mi ha colpito il poco spazio dedicato ai diversi mezzi di scrittura, cioè mano o tastiera. L’ortografia italiana varia infatti un po’, a seconda dello strumento – non molto, certo, ma i punti di variazione creano molte incertezze negli scriventi e sono quindi particolarmente delicati.
 
Nel libro non c’è una discussione esplicita di questo problema ma il modello implicito è evidentemente la scrittura a mano. Solo in due casi, infatti, le indicazioni fornite sono applicabili alla scrittura su tastiera e non a quella a mano – o perlomeno, non a quella normalmente usata in Italia, in corsivo:
 
1. A livello minimo, a p. 46 si parla dell’uso della maiuscola nelle sigle, presentando anche un caso in cui la sigla è composta di tutte maiuscole, ONU. Chi volesse scrivere un testo a mano in corsivo troverebbe difficoltà a farlo in questo modo visto che i caratteri del corsivo maiuscolo non sono pensati per legarsi tra di loro. Davanti a parole del genere, chi scrive a mano tenderà quindi a separare le lettere maiuscole con punti (O.N.U.) o a scriverle in stampatello; questo, sospetto, senza nemmeno accorgersi, di aver cambiato tipo di scrittura. La stessa difficoltà, anche se il problema della legatura è meno grave, si ritrova in forme ormai in disuso come la maiuscola di rispetto all’interno di parola (comunicarLe: p. 47).
 
2. A livello un po’ più significativo, a p. 75 si parla di corsivo, grassetto e sottolineato. Ovviamente queste variazioni di carattere esistono solo per la scrittura su tastiera e non hanno equivalenti ben definiti nella scrittura a mano. In un testo scritto a mano in corsivo, un percorso di addestramento alla scrittura potrebbe invitare a usare lo stampatello minuscolo come equivalente del corsivo tipografico; ma non ho mai visto esempi di una pratica simile.
 
A parte questi due casi, tutte le indicazioni fornite nel libro riguardano l’ortografia “in generale” e sono applicabili sia alla scrittura a mano sia a quella su tastiera. Che il riferimento sia la scrittura a mano è però reso evidente dalla selezione degli argomenti. Nel libro non vengono infatti trattati i problemi ortografici più comuni con cui si trova a combattere chi lavora su tastiera: Che differenza c’è tra apice e apostrofo? Gli spazi vanno prima o dopo le parentesi tonde? Mi devo fidare dei suggerimenti del correttore ortografico? O anche, meccanicamente: come si fa a inserire la È, visto che sulla tastiera il carattere non compare? Come mai ho un solo carattere sulla tastiera per battere virgolette doppie, ma le virgolette compaiono in due forme diverse? E così via. Molte questioni che nell’ottica della scrittura a mano sono marginali (per esempio, la gestione degli spazi bianchi e in generale la paragrafematica) diventano centrali nell’ottica della scrittura su tastiera.
 
Certo, la scrittura a mano resta fondamentale all’Università per le prove d’esame, fino al dottorato; tuttavia i testi universitari più impegnativi vengono scritti su tastiera. Nella mia esperienza, diversi dubbi frequenti di chi si trova a scrivere una relazione universitaria, o la tesi di laurea, richiedono quindi un livello aggiuntivo di “ortografia per videoscrittura”.
 
Va inoltre precisato che la trattazione prende come riferimento un testo di tipo umanistico del tutto privo di numeri (a parte le date: un rapido accenno a p. 29). Restano quindi fuori anche i dubbi ortografici più comuni in materia: quando si deve scrivere un numero “in cifre” e quando “in lettere”? Si può mettere l’apostrofo davanti a una cifra araba? Ci vuole o no la lettera in esponente dopo gli ordinali espressi in numeri romani (“III” o “III°”)? E così via. Lo stesso vale per i diversi tipi di scrittura specialistica. Su questo, secondo me è sempre utile un rimando di approfondimento al classico manuale di Roberto Lesina.
 
La fonetica
 
Per quanto riguarda l’angolazione con cui sono affrontati gli argomenti, va preso in esame il ruolo della fonetica. Gli autori presentano a p. 10 una tabella “L’alfabeto italiano e i suoni corrispondenti”, scelta ragionevolissima. La tabella parte però dai grafemi e presenta i fonemi, mentre manca una tabella inversa, con la presentazione del modo in cui i fonemi vengono rappresentati dall’ortografia. Se il pubblico di questo libro ha una buona conoscenza del modo in cui si pronunciano le parole in italiano, il percorso più naturale sembrerebbe invece proprio quello: partire dalla fonetica per sciogliere dubbi ortografici.
 
Nel testo, in effetti, gli autori non parlano della pronuncia anche in alcuni casi in cui sembrerebbe naturale farlo. Per esempio, nelle spiegazioni sull’uso di -z- si dice che la lettera “deve essere doppia quando compare all’interno di una parola” (p. 37) e poi si elencano le eccezioni. Ma l’uso di -z- all’interno di parola è un problema ortografico solo perché la pronuncia regolare in parole come negozio o polizia prevede la consonante doppia, cosa evidente a moltissimi italiani, e la grafia con una -z- sola si è imposta solo per un vezzo etimologico. Gli apprendenti sarebbero quindi verosimilmente aiutati se fosse loro detto in modo esplicito che qui, eccezionalmente, non devono basarsi sul modo in cui pronunciano le parole (per chi invece non avesse sensibilità per le doppie, le stesse informazioni aiuterebbero a individuare un limite di pronuncia, cosa che non fa male).
 
Dal mio punto di vista sarebbe stato quindi preferibile integrare sistematicamente i due livelli e dare spesso priorità alla pronuncia. Non mancano però i casi in cui il libro procede comunque in questa direzione, e/o quelli in cui occorre comunque dare per scontato che chi scrive non conosca la pronuncia corretta: per esempio, gli autori trattano in questo modo il problema costituito dalle consonanti doppie e dal raddoppiamento fonosintattico per chi viene dall’Italia settentrionale.
 
Inoltre, le descrizioni fonetiche inserite nel libro ignorano quasi sempre la tabella iniziale. In sostituzione dei simboli dell’alfabeto fonetico presentati lì vengono usate invece distinzioni tradizionali come quelle tra suoni “duri” (tipo l’occlusiva velare sorda) e suoni “morbidi” (tipo l’affricata palatale sorda). È vero che etichette del genere, impressionistiche e prescientifiche, vengono ancora ampiamente usate – ahimè – nella didattica della scuola italiana; ma ormai non sono più le uniche, e mi sembra opportuno, soprattutto in un contesto di formazione superiore, evitarle del tutto e spingere nella direzione di una terminologia più solida.
 
Tutto questo non nega naturalmente il valore e l’utilità del libro. Anzi, mi sembra che gli spunti forniti dal testo possano essere un ottimo punto di partenza per andare a definire proposte didattiche future.
 
Luca Cignetti e Silvia Demartini, L’ortografia, Roma, Carocci, 2015, pp. 111, € 12, ISBN 978-88-430-8471-5. Copia ricevuta in omaggio dall’editore.
 

martedì 30 settembre 2014

Lost Zombies, Dead inside: do not enter

 
Lost Zombies, Dead inside: do not enter
Nel fine settimana ho sfogliato la versione elettronica di un libro insolito: Dead inside: do not enter (2011). Insolito non per l’argomento (che anzi è un luogo comune: l’apocalisse zombie) ma per il modo in cui lo racconta. Il libro infatti è composto quasi per intero da riproduzioni fotografiche di avvisi, appunti e lettere che, nella finzione, sono stati realizzati mentre un’epidemia di zombie travolgeva gli Stati Uniti. Gli autori facevano parte della rete sociale “Lost Zombies”, attiva con un proprio sito web dal 1 maggio 2008 al 22 marzo 2014 e nata con lo scopo di realizzare un finto documentario sulla catastrofe. A quel che ne so, il documentario poi non è mai uscito e il libro Dead inside è il prodotto più avanzato di questo progetto collettivo.
 
A livello generale, il tema è di grande successo ma non mi coinvolge troppo. Nella cultura americana, evidentemente, l’idea dei “morti viventi” tocca corde profonde. A me invece gli zombie classici sono sempre sembrati ben poco spaventosi, e la mia sospensione dell’incredulità non arriva al punto da vedere come una minaccia quelli che in fin dei conti spesso vengono presentati come esseri umani lenti e instupiditi, ancorché pronti a mordere. Né mi colpisce più di tanto il fatto che questi zombie spesso si ritrovino a cercare di ripetere ciò che facevano in vita, aggirandosi per esempio negli uffici o nei centri commerciali. Idea lanciata, credo, nei film di Romero, dotata di indubbie possibilità letterarie e ben sfruttata nel miglior romanzo che mi sia capitato di leggere su questo argomento, Zona uno di Colson Withehead. Però idea che, tutto sommato, si esaurisce in fretta.
 
Mi sento leggermente meno scettico davanti alle opere che razionalizzano l’effetto degli zombie come effetto di un’epidemia e che mostrano gli zombie stessi come versioni scattanti e minacciose degli esseri umani. È il caso, al cinema, di 28 giorni dopo e World war Z. Ed è un po’ il caso anche di questo libro, che per non sbagliare inserisce nel suo scenario questi zombie più vivaci (“runners”) accanto a quelli classici. Ma informazioni di contesto di questo genere sono molto poche, nel libro, e provengono da una prefazione. Il grosso dello spazio è invece occupato da fotografie che riproducono una raccolta di “documenti autentici” che, nella finzione, vengono ritrovati nello zainetto di una bambina che viene morsa dagli zombie e prontamente uccisa dall’autore della nota introduttiva.
 
I documenti sono interessanti per me perché, anche se finti, coprono in modo sorprendentemente verosimile il modo in cui oggi gli esseri umani usano la scrittura in una società moderna. O perlomeno, sul modo in cui la userebbero se, interrotta la corrente elettrica, i telefoni smettessero di funzionare e le stampanti di stampare (con qualche eccezione). Ci sono quindi bigliettini d’auguri riutilizzati, volantini stampati al computer e commentati con note a penna, lettere private, cartelli d’avviso, il calcio di un fucile occupato per intero da una lunga serie di tacche che si conclude con la parola “me”… Insomma, i modi molto variati in cui nella realtà si scrive e si usano le lettere per lasciare segni sul mondo. Incluso questo impiego creativo, anche se sfortunato, dei fogli con estremità trasformate in bigliettini:
 
Take a tab
 
Oppure questo esempio di come, sulla carta, sia quasi istintivo accoppiare parole e disegni per mostrare cose che sarebbero difficili da descrivere usando solo uno dei due sistemi:
 
Mappa di un morso
 
In quanto alla tipologia: il libro contiene 130 esempi di scrittura a mano in stampatello (maiuscolo o minuscolo) e solo 18 esempi di scrittura a mano in corsivo. Il corsivo viene però usato per diversi testi lunghi, alcuni dei quali evidentemente attribuiti a bambini, ed è di solito molto leggibile. Insomma, anche nella cultura americana il corsivo non è ancora uno zombie – anche se, realisticamente, in molti testi esposti al pubblico viene sostituito dal più standardizzato stampatello minuscolo – che in Italia è ancora oggi raro vedere in un cartello scritto a mano.
 
Certo, dal punto di vista narrativo i limiti di questa presentazione sono abbastanza evidenti. Buona parte dei “documenti” è ripetitiva e consiste di biglietti scritti da bambini spaventati o confessioni piene di atrocità. I singoli frammenti non mandano avanti una narrazione coerente e si limitano a mostrare sfaccettature di una catastrofe immaginaria che è già stata descritta in molte varianti in una moltitudine di film e romanzi. Parecchi testi, poi, sono proprio brutti – e in alcuni casi, pure ben poco leggibili come calligrafia. Tuttavia, è difficile per me non provare un po’ di fascino per questa idea, molto in linea con quanto mostrato dagli studi di antropologia della scrittura.
 
Il libro viene presentato come il frutto del lavoro collettivo dei membri di “Lost Zombies”. Del resto, la riproduzione di un numero così alto di mani diverse sicuramente sarebbe una sfida tecnica anche per un calligrafo molto smaliziato! Sui motivi per lanciare il prodotto oggi non riesco più a trovare informazioni in rete, ma sospetto che abbia contribuito molto una spinta ben poco concepibile in Italia: l’amore, più che per la fantascienza catastrofica, per gli aspetti formali della scrittura e per le sue varietà. Compresi questi giudizi sprezzanti ed estremi sul Comic Sans:
 
Comic Sans
 
Linguisti e addetti ai lavori, mi sembra, sottovalutano molto il radicamento della scrittura nelle società moderne e la varietà delle forme in cui la scrittura stessa si presenta. Un libro come questo, invece, parte evidentemente da una percezione chiara sia del radicamento sia della varietà. In questo senso, un po’ a sorpresa, pur essendo finzione è il prodotto più realistico che mi sia capitato di vedere. Oppure mi è sfuggito qualcosa di meglio?
 
Lost Zombies, Dead inside: do not enter, versione Kindle, Chronicle Books LLC, 2011, venduto da Amazon, € 6,99, ASIN: B005M0ZO86. Per leggere i testi nelle immagini un Kindle non basta e occorre almeno un computer o un tablet con uno schermo di discrete dimensioni (alcune immagini sono presentate in orizzontale, quindi la possibilità di ruotare facilmente lo schermo è molto utile). Per lezioni e presentazioni, ne ho ordinata anche una copia su carta.
 

mercoledì 11 gennaio 2012

Aggiornamento: stampatello minuscolo

Beh, stamattina nella classe di mia figlia hanno iniziato a fare lo stampatello minuscolo (o, come scrivono loro, lo stampato minuscolo). Ecco le prime prove di questo esercizio di prima elementare.

Primo stampatello minuscolo

Per ora si tratta solo di alfabeto italiano: nessun accenno a j, k, w, x, y.

martedì 10 gennaio 2012

Stampatello maiuscolo in prima elementare

Anche se lavoro nel settore, mi guardo bene dall’interferire con quello che fanno i miei figli a scuola. Regola uno: mai mettere le mani nel lavoro degli insegnanti. La regola è facile da rispettare, credo, anche perché le scuole con cui abbiamo avuto a che fare sono sempre state di alto livello... Decisamente migliori di quelle in cui ho studiato io, tanto per fare un esempio.

Com’è ovvio, però, seguo con attenzione quello che viene fatto. In particolare per mia figlia, che quest’anno è in prima elementare e sta “imparando” a leggere e scrivere. Le virgolette ci vogliono perché, come in molti casi – non in tutti – i bambini ora arrivano in prima elementare sapendo già leggere e scrivere. A volte in modo non uniforme, beninteso: mia figlia ha imparato a scrivere quasi due anni fa, e si è regolarmente divertita a copiare scritte in stampatello, ma fino alla fine dell’anno non era mai riuscita a leggere. Con la scuola, subito prima delle vacanze ha imparato invece a leggere rapidamente e ad alta voce.

In ogni caso, l’insegnamento si è adattato alle circostanze. Ho visto che i metodi variano da classe a classe, ma nel nostro caso l’impostazione è stata questa:
  • partire dall’inizio dell’anno scrivendo su quadernoni A4 a quadretti di un centimetro
  • iniziare praticamente subito con i caratteri in stampatello maiuscolo (senza passare dalle fasi di “cornicine” che ancora oggi ricordo, dalla mia remota infanzia, come una noia mortale)
  • completare l’alfabeto in stampatello maiuscolo (cosa avvenuta alla fine di dicembre) prima di passare ad altri tipi di scrittura
  • scrivere un carattere per ogni quadretto
  • indicare la separazione tra le parole non con un quadretto bianco, ma con un quadretto che contiene un puntino
  • lasciare tra una riga di scrittura e l’altra una riga vuota, indicata da un puntino nel quadretto iniziale
  • soprattutto, copiare molti testi dalla lavagna
Come dicevo, non è un’impostazione universale. In molte scuole di Pisa, per esempio, i quattro tipi di scrittura previsti (stampatello maiuscolo e minuscolo, corsivo maiuscolo e minuscolo) vengono studiati contemporaneamente. Non so se ci siano studi scientifici sulla maggiore efficacia dell’un approccio o dell’altro... a una prima ricerca, non ne ho trovati; probabilmente, come per molte altre cose, sul lungo periodo le differenze di metodo non producono differenze misurabili di apprendimento, ma sarebbe interessante saper qualcosa di più.

Per quanto riguarda il disegno dei caratteri, se ho visto bene non viene data nessuna indicazione sul modo in cui devono essere tracciati (dall’alto, dal basso, etc.). O perlomeno, mia figlia esegue le sequenze in modo piuttosto idiosincratico – e anche qui mi chiedo se sia utile o meno dare indicazioni esplicite sul percorso migliore di tracciamento.

Le insegnanti, inoltre, hanno evitato di dare un nome alle lettere: invece di chiamarle “esse”, “zeta”, eccetera, mi sembra ci sia solo l’uso di dare la pronuncia corrispondente (s, z...). Nei casi in cui una lettera corrisponde a più di una pronuncia? Non so. Di sicuro, mi sembra che non venga nemmeno notato il fatto che una E può corrispondere a una e aperta o a una e chiusa, eccetera (il che in una scuola toscana non dovrebbe produrre particolari difficoltà).

A ogni modo, nella trascrizione di ieri (riprodotta qui sotto, in file ad alta definizione) direi che sono stati abbandonati i puntini tra le parole. Il programma prevede poi che si passi ai digrammi e ai trigrammi. Attendo con interesse.

Creative Commons License
Blog di Mirko Tavosanis by http://linguaggiodelweb.blogspot.com is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia License.