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lunedì 26 luglio 2010

Parkes, Pause and effect


Un altro libro fondamentale per lo studio della punteggiatura: Pause and effect di Parkes. Ne avevo già parlato in un post di giugno per la qualità delle immagini. Andando a leggerlo in dettaglio, le impressioni positive sono confermate.

E però...

E però, da questi libri non si riesce a tirar fuori una cosa: una schematizzazione chiara e dettagliata di che cosa è stata la punteggiatura per le varie epoche. Vale per questo, vale per Space between words (per le sezioni pertinenti), vale per la Storia della punteggiatura in Europa. Ogni tanto si incontra un livello di dettaglio superiore, ma di solito ci si perde nella descrizione di simboli e pratiche.

Sospetto che sia in buona parte un problema d'informazione: difficile dominare appieno un argomento simile, su uno spazio di millenni. Però penso anche che sia, in parte, un problema di struttura: il saggio "umanistico" tradizionale riesce a raccontare bene una storia, ma non è molto adatto a fornire descrizioni complesse. Sarebbe interessante provare a realizzare un prodotto che permetta invece, a colpo d'occhio, dato un segno di punteggiatura, sapere quando è stato introdotto nell'uso, da chi, con quale significato, quali sono state le modifiche successive, e così via... il tutto in modo coerente, da un segno all'altro, e con quadri di descrizione del sistema in determinati momenti.

venerdì 15 gennaio 2010

Storia della punteggiatura in Europa


La punteggiatura non è nata con l'alfabeto. Si è evoluta, un po' alla volta: per secoli, nella scrittura latina si è fatto addirittura a meno della separazione delle parole. E le convenzioni attuali sono una mescolanza di regole rigide e suggerimenti decisamente meno precisi. Sono anche, probabilmente, tutt'altro che un punto di arrivo.

L'evoluzione futura non siamo in grado di prevederla. Però la corposa Storia della punteggiatura in Europa, pubblicata da Laterza nel 2008, a cura di Bice Mortara Garavelli, è un'affascinante (per gli addetti ai lavori, almeno...) carrellata nel passato. In totale sono 650 pagine, composte da saggi di noti specialisti. La parte del leone la fa la punteggiatura in Italia, con quasi 150 pagine suddivise in questo modo:

1. Teorie e pratiche interpuntive nei volgari d'Italia dalle origini alla metà del Quattrocento (Rosario Coluccia)
2. Dalla metà del Quattrocento alla metà del Cinquecento (Brian Richardson)
3. Il secondo Cinquecento (Nicoletta Maraschio)
4. Il Seicento (Claudio Marazzini)
5. Il Settecento (Simone Fornara)
6. Dall'Ottocento a oggi (Giuseppe Antonelli)

Però il ruolo assegnato all'Italia non è particolarmente sbilanciato: non solo ampie sezioni sono dedicate alle principali lingue europee ma sono inclusi, per esempio, l'albanese e le lingue ugrofinniche. La combinazione di copertura geografica e copertura storica è quindi eccezionalmente ampia.

Dovessi fare una critica, dal mio punto di vista, direi che proprio questa ampiezza rende un po' ridotte le parti di maggior interesse - per esempio, quelle sull'età contemporanea, per l'italiano e non solo. Nel lavoro di Antonelli, per esempio, sono citati sia il fumetto (per il Novecento) sia la scrittura elettronica (per gli ultimi anni), ma sono accenni piuttosto brevi. È vero che su alcuni aspetti si possono citare i lavori della stessa Mortara Garavelli, però in alcune aree la sintesi potrebbe essere molto utile - se non altro per mettere in evidenza la mancanza di bibliografia su argomenti interessanti, a cominciare dal fumetto.

Collegato a questo c'è il problema dei presupposti teorici. Brevissime sono infatti le note introduttive (Punteggiatura e linguaggio), anche se affidate a due specialisti come Anna Laura e Giulio Lepschy. Anche qui, gli spunti possibili sono infiniti. Avendo tempo, sarebbe bello occuparsene! Tenendo presente che il saggio di Mario Geymonat su Grafia e interpunzione nell'antichità greca e latina, nella cultura bizantina e nella latinità medievale mostra che su alcuni argomenti si può provare a scrivere una sintesi complessiva che non rinunci all'approfondimento di casi particolari.

giovedì 7 gennaio 2010

Pietrini, Parola di papero

Per strano che possa sembrare, il linguaggio dei fumetti italiani non era mai stato oggetto di uno studio approfondito. Colma ora questa lacuna Daniela Pietrini con Parola di papero, un consistente (401 pagine di testo) studio su "Storia e tecniche della lingua dei fumetti Disney", pubblicato a fine 2009 da Cesati.

Come titolo e sottotitolo fanno capire, il lavoro è dedicato a un'unica sezione del mondo del fumetto: i fumetti Disney pubblicati in Italia - e scritti da autori italiani. Non è poca cosa, perché questo tipo di prodotto è arrivato nei decenni a coprire ampie fette del mercato totale (sarà arrivato al 50%, in alcuni momenti?). Oggi le cifre assolute sono calate, ma i Disney italiani se la giocano alla pari con i Bonelli per quanto riguarda la diffusione... mentre i materiali tradotti sono in percentuale decisamente minoritaria. Inoltre, in diversi momenti dal dopoguerra a oggi riviste come Topolino hanno raggiunto percentuali incredibili di diffusione tra i bambini, cioè in fasce d'età in cui l'apprendimento della lingua è ancora in corso e i modelli sono particolarmente importanti.

Dall'abbondante materiale di partenza Daniela Pietrini ha selezionato 90 storie pubblicate su Topolino (15 storie per decennio, dagli anni Cinquanta agli anni Zero) e ne ha fatto un esame a diversi livelli. Per esempio, prendendo un argomento che è stato affrontato anche in un elaborato di laurea triennale che ho seguito io, nel capitolo "Libertà, molteplicità e fantasia" si parla di ideofoni, interiezioni, serie ideofoniche o miste, turpiloquio attenuato... e dell'evoluzione nel tempo dell'uso di questo tipo di parole. In un altro capitolo si parla dei neologismi disneyani, con un repertorio imponente di esempi; e così via.

Particolarmente importante, per il confronto con la scrittura elettronica, la sezione in cui si parla di punteggiatura (e il rapporto con, per esempio, gli SMS viene esplicitato a p. 59). Da un mezzo di comunicazione all'altro, ci scordiamo spesso di quanto alcune scelte siano recenti e/o arbitrarie: le polemiche contro la punteggiatura dei testi elettronici ricordano quelle contro la punteggiatura espressiva del fumetto, o quelle contro gli abusi sette-ottocenteschi del trattino, eccetera... Molto più produttivo sarebbe studiare i brevi momenti di libertà in cui, in un nuovo genere di comunicazione, si sperimenta di tutto, e poi si rende convenzionale questa scelta - un modo di agire che mi sembra molto comune e che mi ricorda un sacco i periodi di differenziazione nell'evoluzione biologica su cui insisteva tanto Stephen Jay Gould.

Massimi sistemi a parte, è interessante scorrere i tantissimi spunti lanciati da questo libro, per esempio nelle note sull'uso del punto esclamativo del fumetto: "è soltanto nel fumetto che si realizza, attraverso il dilagare degli esclamativi, la possibilità di sottolineare l'intensità di ogni enunciato eliminando l'enunciazione neutra" (p. 59). Sarà davvero possibile eliminare da un genere testuale come questo le enunciazioni neutre? A me sembra piuttosto che il punto esclamativo svolga nel fumetto un ruolo del tutto neutro, e che sia preferito al punto fermo per semplici motivi di leggibilità: in testi senza alternanza tra maiuscole e minuscole, secondo lo standard del lettering del fumetto italiano, il punto classico è semplicemente poco visibile e il punto esclamativo è un comodo sostituto. Ma nessuno ha mai studiato il modo in cui l'esclamativo si è diffuso nel fumetto... riducendo il punto fermo allo 0,2 % di presenze citato qui (pp. 58-59). Eccetera.

Insomma: il libro è un fondamentale primo passo per incominciare a studiare davvero un genere di lingua diffusissimo ma trascurato dai linguisti. Adesso viene (più) voglia di vedere che altro si trova, scavando appena più a fondo...
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